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Legge elettorale, chi perde
vuole cambiare le regole


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ars, legge elettorale, pdl, Politica
La riforma della legge elettorale riguardante gli enti locali siciliani sta diventando, per la maggioranza che sostiene Lombardo, in particolare per una parte del Partito Democratico, che ormai la declina come un atto di fede, e per la minoranza che si oppone sino all'ultimo sangue, in special modo il Popolo delle Libertà, la madre di tutte le battaglie. La scrittura della regole comuni, e una legge elettorale è la massima norma che accomuna tutti, dovrebbe essere, al mio paese, non so al vostro, un percorso condiviso, concordato. Verso cui incamminarsi con calma, senza le elezioni alle porte.

Ciò vale sia per chi ha perso le elezioni, sia per chi le ha vinte. Mi pare che, a occhio e croce, eravamo fermi a questo punto. Soprattutto se chi è uscito sconfitto dalle urne a un certo punto ha pensato bene, non sapendo né leggere né scrivere, di impugnare la bandiera della vittoria senza il bollo sacro del corpo elettorale. Che è ormai evidentemente fuori moda, un rudere del passato massimalista. Così abbiamo imparato, alla nostra veneranda età, un nuovo comandamento da scolpire nelle tavole della legge che guidano la politica. L'undicesimo. Non solo si può fare di tutto vincendo le competizioni elettorali, ma si può fare ancora di più pure perdendole e di brutto. E questa è sorpresa, soleva dire candidamente la mamma di un mio fraterno amico. Insomma, senza tanti giri di parole e chiacchiere a vuoto, la domanda è la seguente.

Se Berlusconi avesse perso le elezioni nel 2008, e invece le ha vinte alla grande, come è accaduto al Pd in Sicilia nello stesso anno, che è stato umiliato con un 7 a 0 di guidoliniana memoria, e fosse poi passato in maggioranza senza ricorrere al voto popolare, come ha fatto e continua a fare allegramente il Pd in Sicilia, e poi pretendesse, contro il maggior partito dell'ex maggioranza, cacciato all'opposizione, di modificare a tutti i costi la legge elettorale, ed è quanto intende fare il Pd in Sicilia contro il Pdl inferocito, che per il momento è riuscito a stopparla all'Ars, staremmo zitti o grideremmo alla mortificazione della democrazia, delle sue regole e della stessa carta costituzionale?

Mizzica se lo faremmo, non ci dormiremmo la notte, pure in piazza andremmo. La domanda è lunga, mi rendo conto e chiedo scusa, ma il quesito in fondo è semplice e la risposta deve essere necessariamente breve. Anzi, lapidaria. Un si o un no. Non sono ammessi i forse o i ni. I non sapevo, non c'ero e se c'ero dormivo. Perché, capite, non è che si può gridare “al lupo, al lupo”, se è il presidente del consiglio ad assumere un comportamento biasimevole, che peraltro in questo caso è solo meramente ipotetico, e poi stare allineati e coperti quando lo stesso identico modo di fare, non solo in via teorica ma concretamente, viene assunto dalla maggiore forza del centrosinistra, che si dice pure riformista, peraltro maneggiando con le scarpe chiodate uno strumento delicatissimo quale è la legge elettorale.

Io me la sono pensata e ne ho tratto giudizio. La prossima volta che i riformisti a ventiquattro carati del Pd, quelli siciliani intendo, grideranno al rispetto tradito delle regole e alla democrazia in pericolo di fronte al berlusconismo imperante e magari mi richiederanno una bella e solenne firma per mandarlo a casa, partirà una sonora pernacchia. La mia.