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La memoria di Falcone e Borsellino

Lasciamo stare i morti



di matteo, giustizia, Cronaca
(rp) A ogni protesta contro il potere politico, la magistratura mostra il vessillo nobile del sangue. Stimiamo Nino Di Matteo, un magistrato serio e un uomo perbene. Ma non possiamo essere in sintonia con lui quando dice, sicuramente in buonafede: "Non è più il momento dell’attendismo: dobbiamo trovare il coraggio della denuncia forte e chiara e spiegare ai cittadini perché questa riforma costituisce un grave pericolo per la tutela dei diritti dei più deboli.
Lo dobbiamo ai tanti magistrati che sono stati uccisi proprio perché credevano in quei principi costituzionali di indipendenza della magistratura e di eguaglianza dei cittadini davanti alla legge che oggi vengono così apertamente messi in discussione. Non permetteremo più che chi oggi calpesta quei valori si permetta di strumentalizzare il ricordo dei nostri morti”.

Ferma restando la memoria e non volendo entrare nel merito della legittima contesa con la riforma, che c'entrano i morti? Che bisogno c'è di metterli in mezzo, di coinvolgere persone che sull'argomento, oltretutto, nulla possono esibire, se non il loro silenzio? Non ci convince questa continua retorica. E' come se la magistratura non avesse altri elementi per fare valere le proprie ragioni. E in troppe occasioni i pm hanno fatto ricorso agli eroi, per coprire le disfunzioni di un sistema e gli stessi macroscopici errori della categoria. E troppe volte si dimentica - nel nome di una chimerica unità di intendimenti - che tra i più acerrimi avversari di Giovanni Falcone e Borsellino, per esempio, ci furono pure alcuni tra i loro colleghi. Non pochi, se ricordiamo bene.