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Il caso Vitrano

La questione immorale


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Si può riflettere sul caso Vitrano senza incorrere nel Travaglismo e nel Ferrarismo, cioè nell'attitudine alla forca preventiva o nell'esaltazione del peccato come elemento fondante di una civiltà?
Proviamoci. Raffaele Lombardo dice una cosa sensata: aspettiamo un po' prima della crocifissione di un uomo. Ci sono indagini in corso e ci sarà tempo per inchiodare le travi di una metaforica ghigliottina. E' corretto garantismo giudirico.  Ma l'evento mazzettaro che gli inquirenti ritengono avvenuto è già uno spunto socialmente utile, una suggestione concreta per discutere della questione immorale.

Immorale, sì. Gaspare Vitrano, se gli addebiti a suo carico risulteranno certi, sarà solo un fantaccino, un quidam dell'andazzo diffuso, fregato oltretutto per una somma labile e un appetito considerevole, la fame di chi ramazza perfino le briciole dopo otto portate magnifiche e grasse. E' la maschera della politica siciliana di oggi. L'onorevole ha la bocca spalancata. Si muove, solitario, come un lupo nella steppa, in cerca di selvaggina. I più puliti amministrano un reddito clientelare vasto, con metodi magari censurabili che riescono (forse) a contenere le responsabilità personali dentro la linea rossa del codice penale. Poi ci sono coloro che mettono il piede in fallo.

Vale soprattutto la premessa necessaria: il peso massimo del singolo al cospetto del suo nucleo di riferimento. Non contano più né bandiere, né le forme associative nostalgicamente chiamate "partiti". Conta la capacità del predatore, conta il patrimonio di voti che gli permette di gonfiarsi come un ranocchio, fino a esigere tributi immateriali o concreti in ossequio al suo status. Conta l'abilità dello sceicco capace di radunare la sua tribù, per indicarle un personalissimo cammino.  Un esempio "perbene", non patologico? Qualcuno ha mai pensato che il Pd sia di altri e non di Cracolici? E, per fortuna, Antonello dal pelo rosso antico è un uomo onesto e immacolato, al di sopra di ogni sospetto. Tuttavia non c'è dubbio che egli comandi, decreti, guidi, in barba agli organismi e al suo stesso segretario ombra.

Non ci sono più i portavoce del collettivo, destinati a rappresentare istanze e prese di posizione. Esistono amministratori delegati, capitani di ventura, nocchieri per sé e Dio per tutti, che stendono la mano sul tesoro della politica. E la politica, di riflesso, diventa un pretesto per le esigenze individuali, mirate al mantenimento dello scranno. La deviazione è normale.  Lo sfaldamento centrale si fa via via progressivo. Ognuno dei novanta che assiepano gli spalti dell'Ars è un piccolo, autosufficiente e irresponsabile partitino. Un veliero da guerra indipendente per le sue battute di corsa, lecite o non, eppure già "immorali" nel Vangelo della sana politica. Senza riferimenti di parrocchia, senza maestri o statuti che battano sul concetto dell'etica, è facile poi smarrire con gioia la rotta fino a solcare tutti i mari che si desiderano. E' naturale gonfiarsi, come il ranocchio della favola, e conoscere la delizia del privilegio e gli agi dell'eccesso, prima di scoppiare.