Live Sicilia

L'attentato di Brancaccio

"Racket, troppo trionfalismo"


L'attentato di Brancaccio ha segnato una linea di confine nel mondo del racket. In questa settimana analizzeremo l'accaduto con un esperto al giorno. Si comincia con il sociologo Vincenzo Ceruso.

VOTA
0/5
0 voti

, Cronaca
Probabilmente, il racket è tornato a Palermo, dopo l’incendio ai capannoni di proprietà della famiglia Spinnato nell’area industriale di Brancaccio. Per Vincenzo Ceruso, sociologo e militante del mondo volontario cittadino, da diciassette anni impegnato nel recupero dei giovani a rischio di devianza nei quartieri più difficili di Palermo, il giro delle estorsioni non è mai andato via. Ne è fermamente convinto Ceruso, autore anche di numerosi libri sul fenomeno mafioso, che abbiamo ascoltato per commentare il grave episodio di cronaca.

Ceruso, solo qualche giorno fa un atto verosimilmente intimidatorio grave a Palermo ai danni di alcuni imprenditori
“E’ un fatto inquietante che genera preoccupazione, ma a prescindere dalla proporzione dell’atto, innanzitutto, brucia una certa retorica trionfalistica che in questi anni si è sentita più volte ripetere. Altri segnali avrebbero dovuto, invece indicarci che qualcosa stava per cambiare nuovamente. E’ vero che in alcune zone della città, il fenomeno è disarticolato per la cattura di alcuni capi come i Graviano, i Savoca, i Lo Piccolo, ma nuovi uomini sono pronti a prender posto. Adesso, il racket ha deciso di cambiare strategia rispetto alla più silenziosa modalità adoperata in precedenza”.

Secondo Marannano, vice presidente dell’associazione “Addio Pizzo”, questo pesante episodio sarebbe il segno di una certa debolezza dei clan in difficoltà che vogliono alzare il tiro …
“Che si stia cercando di alzare il tiro è sicuro, e questa è senza dubbio un’azione eclatante, ma l’organizzazione pondera molto bene il da fare e quindi, se ha deciso di intervenire in maniera così vistosa non è, secondo me, un segno di debolezza. Anzi, è una precisa mossa che si può inserire in una scala di grado e di tipo terroristico”.

Lei ha raccontato in diversi libri, la resistenza alla mafia di Falcone, Borsellino, padre Puglisi: uomini dotati di un grande senso di responsabilità che vengono considerati degli eroi. Come può essere, invece la resistenza dell’uomo normale, ad esempio dell’imprenditore?
“E’ vero in alcuni periodi chi ha messo in atto un’azione di resistenza in questa città si è ritrovato ad essere un eroe isolato, penso ad esempio a Libero Grassi di cui proprio quest’anno ricorre l’anniversario dalla sua morte, che non godeva di una certa popolarità tra gli stessi commercianti della città. Per fortuna, le cose cambiano, ma non sempre sono state così. Tanti sono morti per quella resistenza da eroi, ma il formarsi della coscienza civile dell’antimafia ci ha permesso di capire che si può reagire. La semplice rettitudine morale, già solo questa basta come forma di resistenza, è una regola basilare della resistenza alla mafia che può essere applicata a partire dai politici".

Il suo discorso sulla rettitudine morale della politica è quanto mai attuale …
“La politica sappiamo continua a creare un ambiente criminogeno, ma è proprio da lì che penso debba arrivare quel cambiamento tanto auspicato. Il gesto, ad esempio, del presidente dell’Ars Francesco Cascio di fare la spesa nel negozio dell’imprenditore di via Pindemonte che si era rifiutato di pagare il pizzo, è un gesto bello, senza dubbio, ma isolato. La mafia si nutre dell’humus nel quale cresce. Mi ritornano in mente ancora le frasi di Libero Grassi: “Se non cambiano i rapporti fra gli uomini, la mafia non finirà”".

Lei ha fatto un preciso riferimento alla Palermo di vent’anni fa, quella di Libero Grassi quando l’intera città era sotto scacco del pizzo e delle estorsioni, allora però non esistevano associazioni come “Addio Pizzo” o altre che oggi si schierano con chi decide di denunciare i propri aguzzini …
“Queste associazioni hanno rappresentato un momento importante in quel processo di lotta civile contro il fenomeno mafioso e nella formazione delle coscienza dell’antimafia, ma secondo me andrebbe anche ripensato un nuovo modello di sicurezza per i cittadini. Mi sembra che troppo spesso si dia maggiore peso a un certo modello specifico di microcriminalità con azioni repentine, vere retate che investono i lavavetri di via Perpignano o piuttosto il venditore ambulante. Si punta oggi alla sicurezza data dal poliziotto di quartiere, ora sinceramente non so se a Brancaccio ci sia … penso proprio di no, ma insomma, si da importanza a quel tipo di sicurezza spicciola, per carità anche questa necessaria, ma che non risolve i problemi più complessi come quello mafioso”.