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Sbarchi, la testimonianza

"Tre lunghi giorni di viaggio
faccia a faccia con la morte"


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, Cronaca
Cammina sulle sue gambe, scherza e sogna la Francia. Hamdi Baccar, 25 anni, viene da Sfax, città sulla costa tunisina, ma poco più di una settimana ha affrontato le onde del Canale di Sicilia. Era svenuto per il freddo, per la sete e per la fame quando un elicottero ha avvistato il barcone sul quale viaggiava e da Lampedusa è stato trasportato in elisoccorso all'ospedale Cervello di Palermo, dove è arrivato poco più di una settimana fa. Chi lo aveva visitato sulla piccola isola a sud della Sicilia aveva diagnosticato un principio di assideramento e scarsa nutrizione. In 25 erano saliti con lui sul barcone. "Hanno giocato con nostre vite" ha spiegato Hamdi. Ha pagato quel viaggio un milione di dinari, 500 euro, ma poteva costargli molto di più. "Ci avevano assicurato che la barca che ci avrebbe consentito di arrivare in Italia aveva una potenza di 75 watt".  Ma la potenza del motore era di 35, insufficiente per una barca lunga circa 10 metri.

Ma si doveva partire. Hamdi racconta una Tunisia diversa da quella descritta dalle tv: "Fuori dalla capitale, quindi anche a Sfax, regna il caos, i ladri sono dappertutto. L'esercito non vuole usare il pugno duro, la polizia lo ha già fatto durante la ribellione, scatenando una rabbia ancora maggiore nei dissidenti. Ma adesso l'esercito non riesce a mantenere il controllo, non è organizzato. E poi, il grande problema di tutti è il lavoro, che in Tunisia non c'è. Il rischio è che tutto rimanga com'è. In Tunisia ci sono ancora ministri di Ben Alì e la famiglia di sua moglie. Finchè non lasceranno il paese non cambierà nulla". E' uno dei motivi per cui tanti disperati affrontano questo viaggio, invece di aspettare tempi migliori, invece di volare sicuri fino all'Europa: "Ancora non è consentito ai giovani prendere il visto. In questo ambito le leggi di Ben Alì sono ancora in vigore". Così quando ha saputo che qualcuno stava cercando passeggeri per un viaggio verso le coste siciliane, Hamdi ha colto l'occasione, e non si è tirato indietro. E come lui altri passanti, che dopo aver visto quell'imbarcazione in procinto di partire si sono fiondati a bordo, nonostante non avessero pagato. E con l'esercito a pattugliare il porto, gli scafisti non potevano permettersi di perdere tempo a scacciarli. E sono partiti, ammassati anche nella stiva.

"E' stato un viaggio molto pericoloso - racconta Hamdi - tre giorni, senza mangiare e senza bere. Non riuscivamo a capire dove ci trovassimo". In genere si impiega un giorno, un giorno e mezzo, per attraversare il Canale di Sicilia. "Alla fine del primo giorno sentivamo il capitano litigare con altre persone a bordo, altri che di marina se ne intendevano. E ci siamo resi conto che ci eravamo persi in acque internazionali". A quel punto la barca ha tentato di fare dietro-front, "ma non c'era strumentazione a bordo, non c'era un radar, e qualcuno ha detto che stavamo invece andando verso la Grecia". Hanno provato anche a farsi guidare dalle stelle, ma senza risultato. "Non appena avvistavamo un elicottero o un'altra imbarcazione, bruciavamo i nostri vestiti per attirare l'attenzione".

Hamdi racconta di aver avvistato altri mezzi clandestini durante la navigazione, ma che per paura non si sono fermati. E che molti di loro, a furia di bruciare indumenti, erano rimasti praticamente nudi. Poi, la seconda notte, la barca ha iniziato a riempirsi d'acqua: "Qui è iniziata la disperazione: pregavamo, invocavamo Dio, qualcuno recitava i salmi del Corano, chiedevamo ad Allah la speranza di andare avanti". Attimi che, spiega Hamdi, "rimarranno indelebili nella mia memoria". Ma la disperazione non li ha bloccati: "Abbiamo organizzato dei turni: mentre alcuni si riposavano, altri erano di vedetta, altri ancora buttavano fuori l'acqua dall'imbarcazione". E al terzo giorno l'ipotermia. Hamdi Ricorda che nessuno dei suoi compagni è morto durante il viaggio: "Molte persone sono svenute, ma nessuno è morto. Si stendevano, sul barcone", magari per cercare di dormire, sperando che il sonno accorciasse l'attesa. Poi il freddo: "la barca si muoveva molto - ricorda Hamdi, mentre le mani disegnano un semicerchio nell'aria -. Faceva molto, molto freddo". Li ha salvati un elicottero, che dopo averli avvistati, in inglese li ha invitati a restare calmi, assicurando l'arrivo degli aiuti. "Sono arrivati 5-6 ore dopo - continua Hamdi. Poi non ricordo più nulla, sono svenuto, cadendo sulla barca. Ho riaperto gli occhi qui (a Palermo), in ospedale".

Adesso Hamdi è ricoverato nel reparto di Medicina. Nonostante la degenza il giovane tunisino resta molto magro. Un medico spiega che soffriva di rettocolite ancora prima di partire, ma adesso la malattia è sotto controllo. "Prima che partissi è morto mio nonno e per una settimana non ho mangiato quasi nulla",  spiega. Così non si sa dove, ma trova comunque la forza di scherzare: "I medici sono molto gentili. Non mangio molto, il cibo non è come in Tunisia. Sto pensando di farmi spedire qualcosa da casa". Laggiù ha lasciato i suoi genitori e due sorelle. "La Tunisia è un paese bellissimo. Anche la gente è molto buona" spiega Hamdi, che mentre pronuncia queste parole guarda davanti a sé, come se non fosse più seduto sulla sedia di un corridoio ospedaliero, ma al di là del mare.