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L'albanese che si è dato fuoco

George, un fantasma sotto il lenzuolo
I fratelli: "Ora vogliamo giustizia"


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albania, George Semir, vittoria, Cronaca
L'ultima notizia di George è un piede con il palmo giallo che sbuca dal lenzuolo bianco, nella terza stanza a destra della camera mortuaria del Civico. Non ho il coraggio di guardare oltre, di risalire con gli occhi, di scostare un lembo del biancore che protegge il ragazzo albanese, la torcia umana di Vittoria, nel suo riposo finalmente eterno. Il custode della morgue è un uomo sensibile. "Vada lei, io non me la sento di accompagnarla", invita, mentre indica il luogo esatto che si riconosce per l'olezzo di marcio. A naso. La porta è chiusa, una spintarella. Basta quel piede inanimato, quell'appendice di un pezzo di carne per distogliere lo sguardo e tornare indietro. Un piede, una storia intera. Il custode si rammarica: "Poverino, che laria fine ha fatto". Orrenda, sì. George Semir si è appiccato il fuoco, sconfitto e depresso dalla mancanza di lavoro, forse dallo sfruttamento. Chi può dirlo? La polizia indaga. Dietro il gesto, sussurrati dissidi con il "padrone" per un mancato pagamento. Chi può saperlo?

Si sa soltanto che di George non gliene frega niente a nessuno. Non ha commosso gli animi sensibili come Noureddine l'ambulante, divampato a Palermo in circostanze diverse di alternativa e presunta sopraffazione. Per dieci giorni, il respiro di George Semir si è assottigliato in ospedale, fino a scomparire. Ora restano le fastidiose incombenze burocratiche. Alla morgue del Civico aspettano il medico legale. Semir era albanese, di quella genìa, cioè, sommamente antipatica alla buona gente di ogni latitudine. Brutti sporchi e cattivi. Ladri. Profittatori. C'è chi li odia perché albanesi. C'è chi li odia perché li associa ai rom. Lo stesso suono gutturale della lingua. Volti increspati da una barba rivoltosa. Facce da tagliagole. Eppure, ho conosciuto un poeta albanese, gentile, una volta. Uno che riusciva a far sbattere le ali delle sue pagine. E il cuore andava appresso ai decolli di carta.

Fuori dalla camera mortuaria, i fratelli e i cugini di George. Biascicano in un complicato italiano. Si capisce appena che chiedono giustizia, perfino con sfrontatezza. Ne sono assetati, con la dignità degli esseri umani che pensano che i diritti appartengano agli individui a prescindere, non per concessione della simpatia popolare. Vogliono sapere questi poverai, coperti di stracci maleodoranti, arrivati da Brescia e da Milano per stare con George, anche se è tardi. Pretendono che si indaghi a fondo. Parlano di sfruttamento. Accusano. Denunciano. Dicono che la vicenda disgraziata di Semir la conoscono in tanti a Vittoria. E nessuno la racconta, per omertà, per paura. Ma non riceveranno il balsamo che domandano. Nessuno li ascolterà. Nessuno risponderà con la chiarezza del bianco e del nero.  Sono albanesi. Brutti, sporchi e cattivi. Era albanese George. Albanese il suo piede che sporge dal lenzuolo. E il lenzuolo è naturalmente pallido. Ha il colore delle vesti di uno spettro. George Semir aveva trentratré anni da vivo.  Era già un fantasma.