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Il giudizio della storia

Karol o Giovanni Paolo II?


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Ci sono due antichissimi riti che riguardano l’inizio e la fine di un pontificato e che ruotano intorno al nome del Papa. Il primo avviene al momento dell’elezione quando il cardinale decano si rivolge al neo eletto e chiedendogli se accetta l’elezione canonica al pontificato gli chiede anche: “con quale nome vuoi essere chiamato?”. Il secondo rito, caduto in disuso dopo Pio IX ma curiosamente recuperato con Giovanni Paolo II, è il cosiddetto rito del “vere Papa mortuus est” con il quale il Camerlengo di Santa romana Chiesa accerta la morte del pontefice: il Camerlengo mormora per due volte il nome di battesimo del  papa, e non ottenendo risposta pronuncia le parole di un dolore bi millenario, “vere Papa mortuus est”. Ogni pontefice andando a sedere sulla Cattedra di Pietro, cambia il suo nome e ne assume uno che ricorda lo splendore del papato, che sa di dinastia ininterrotta con quei numeri romani che seguono dopo il nome, eppure al cospetto della morte ogni dignità, ogni segno di potere scompare e il Papa viene restituito alla terra, anzi al cielo, con il suo nome di battesimo.

Così è stato anche per Papa Wojtila che prese il nome di Giovanni Paolo II, per onorare i suoi predecessori e soprattutto il suo sfortunato predecessore Albino Luciani, e che sul letto di morte tornò nuovamente Karol. Eppure Papa Wojtila sembra sfuggire a questo secolare meccanismo, sembra aver eluso questi vetusti rituali, sembra esser stato sempre Karol. L’uomo Karol Wojtila non è mai stato fino in fondo il Papa Giovanni Paolo II, l’umanità che ha sempre caratterizzato Wojtila ha probabilmente prevalso sulla pesante ed ingombrante figura papale, trasformandola e, spogliandola quasi di sacralità, rendendola più vicina agli uomini e alle donne dei nostri tempi. E’ forse questo il motivo del successo mondano di Papa Wojtila, cioè di quella naturale e contagiosa simpatia che il papa polacco riusciva, e riesce, a destare tra l’incerta gioventù e i più lontani dalla Chiesa.

Wojtila con la sua umanità e con le sue indiscutibili doti comunicative seppe dare un’altra immagine di Chiesa, più aperta, meno ingessata e soprattutto vicina ed accogliente, non è allora un caso che questo Papa sia rimasto nei cuori della gente e che la sua beatificazione non sia solo una festa per coloro che credono ma anche per coloro che sono rimasti affascinati dall’uomo Wojtila. In questo contesto i media, e a dire il vero anche il comune sentire, hanno avuto gioco facile a rilevare, a volte con imbarazzanti confronti, un ritorno alla “normalità papale” con il pontificato di Benedetto XVI: chi di noi non ha sentito fare un paragone, nella maggioranza dei casi sfavorevoli a Joseph Ratzinger, tra i due pontefici? E’ vero che Benedetto XVI ha un altro carattere, un altro stile e forse anche un altro modo di concepire il ruolo del Papa, eppure sul piano dottrinale nulla, proprio nulla, distingue il papa tedesco da quello polacco: entrambi, ed è bene ricordare che hanno sempre lavorato insieme, hanno ribadito la dottrina ufficiale della Chiesa in tutti i campi, specie i più scottanti ed attuali come quello della morale.

E’ evidente che la differenza la fa l’incontenibile umanità di Karol Wojtila che è stata risorsa preziosa per la Chiesa che entrava nel terzo millennio, e che però, paradossalmente, corre il rischio, se fraintesa, di oscurare l’opera e l’insegnamento di Giovanni Paolo II e di diventare materiale per melense trasmissioni televisive che indifferentemente seguono la beatificazione del Papa polacco e un matrimonio della famiglia reale inglese. Non è un caso allora che tra i più giovani, e non solo, la figura di Giovanni Paolo II desti una adesione e una ammirazione che non si riscontrano nel quotidiano per la fede cattolica e la Chiesa stessa. E’ necessario allora che la beatificazione di Giovanni Paolo II non sia l’apoteosi di un uomo, un grande show con il “tutto esaurito”,  ma sia vissuta come  la celebrazione delle meraviglie di Dio nella vita di Papa Wojtila e come l’occasione per ricordare al mondo ciò che Giovanni Paolo II scrisse nella sua prima enciclica, la Redemptor hominis: «il Redentore dell’uomo, Gesù Cristo, è centro del cosmo e della storia».

Ma a margine della beatificazione di Giovanni Paolo II bisogna anche fare un’altra riflessione che riguarda il giudizio storico sul suo pontificato. Il processo di beatificazione di Papa Wojtila è stato il più veloce della storia della Chiesa, indubbiamente grazie anche ad un manifesto e forte  consensus fidelium, ma ciò non può e non deve condizionare il giudizio della storia che ha bisogno di tempi ben più lunghi. Sono due cose che devono necessariamente restare separate, soprattutto nel caso di Giovanni Paolo II e del suo complesso pontificato che Filippo Gentiloni così descriveva: "Un pontificato forte, quello di Giovanni Paolo II, segnato da grandi successi, ma anche da scacchi rilevanti, da valutazioni contrastanti, spesso contestato più dall’interno del cattolicesimo che dall’esterno, dai vicini più che dai lontani".  Un pontificato complesso, contraddittorio per alcuni, enigma addirittura per Tadeusz Styczen, allievo e grande amico di Giovanni Paolo II.  Questa complessità richiede tempo, studio e riflessione soprattutto per coglierne le conseguenze nella vita della Chiesa e non può essere liquidata da emotività che, come già detto, rischiano di adulterare la figura stessa di Giovanni Paolo II. Non è detto allora che a san Giovanni Paolo II corrisponda un Giovanni Paolo Magno, perché se il “san” sembra ormai a portata di mano, il “magno” potrebbe tardare a venire. La Storia, si sa, è molto avara in questo caso.