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Il certificato di fine di un'istituzione

Se muore l'antimafia
(anche in politica)



, Politica
Facciamo uno sforzo di fantasia. Immaginiamo Raffaele Lombardo alla guida di un governo di centrodestra. Proprio lo stesso Lombardo, col vizio presunto di mangiare sigarette e una vera inchiesta per mafia sulle sue spalle. Come si sarebbe comportato il Pd? Avrebbe indetto faticose maratone di partito, con tanto di inviato romano, per decidere come non decidere? O avrebbe incendiato giornali di carta, quotidiani online e tv col verbo indignato della questione morale? La risposta è immediata. L’antimafia è dunque una risorsa dalla grandezza variabile che può essere usata diversamente secondo i casi. E' uno strumento di lotta e di potere.  Sciascia l’aveva capito. E gli diedero del quaquaraquà.

 Se Massimo Ciancimino ha messo in crisi l’antimafia social-giudiziaria, Raffaele Lombardo ha sottolineato le contraddizioni della corrispettiva area politica, storicamente connotata, autoproclamata in esclusiva. Si parte da biografie ed esperienze incommensurabili. Nulla Lombardo ha a che spartire col figlio di don Vito. Tuttavia, l'effetto dei calcinacci sollevati, nella sua porzione di campo, è pressapoco lo stesso. Lombardo pilota una maggioranza in apnea, col Pd in posizione ancillare e necessaria. Il segretario pro tempore (definizione del medesimo) dei democratici siciliani, Giuseppe Lupo, definì l'attuale presidente “L'altra faccia del Cuffarismo”, in giorni non sospetti. Un titolo da decisa enciclica antimafiosa, pensando a Cuffaro, al favoreggiamento e alla Cassazione. Oggi il Pd è garante e parete angolare del viaggio del governatore sotto scacco per un'indagine su Cosa nostra.

Il 13 aprile scorso, le fondamenta di Palazzo d'Orleans furono scosse da un terremoto. Comunicato congiunto di Bersani e Lupo, dopo la chiusura delle indagini della Procura di Catania: “I provvedimenti della Procura della Repubblica di Catania recentemente assunti nell’ambito dell’inchiesta denominata ‘Iblis’, suscitano preoccupanti interrogativi che, al di là degli sviluppi giudiziari, investono il ruolo istituzionale del presidente della Regione siciliana. Questi fatti richiedono una riconsiderazione della situazione politica nel governo della Regione e della iniziativa del Pd”. Una riscoperta della questione morale? Un ritorno di fiamma per Enrico Berlinguer e Pio La Torre? Poco dopo la retromarcia del gruppo dirigente siciliano. Sempre Lupo: “Dopo il crollo del centrodestra abbiamo deciso con coraggio di sostenere il governo tecnico in Sicilia per affrontare le emergenze. E il governo ha prodotto risultati, riforme importanti come la legge elettorale per gli enti locali e il riordino della sanità e del sistema dei rifiuti. Su Lombardo c’é un avviso di conclusione delle indagini, non c’é altro, non ci sono ulteriori novità. Non c’é un rinvio a giudizio, non c’é una richiesta di rinvio a giudizio”.

Resta da chiedersi il motivo dell'intemerata bersaniana, visto il successivo ripensamento. Paura dell'urna? Gli ultimi sondaggi Demopolis danno i democratici isolani in pieno tracollo. I numeri sono fin troppo espliciti: se si votasse per il Parlamento nazionale, il Partito Democratico otterrebbe in Sicilia il 18%. Meno 250 mila voti e quasi otto punti percentuali rispetto alle ultime Politiche. L'operato dei generali della sinistra moderata ha irritato tanti, soprattutto (ancora) Rita Borsellino, europarlamentare d'area, mai iscritta al partito: “Quella tra il Pd e Lombardo è un’alleanza anomala. Noi eravamo gli avversari. Siamo diversi, non possiamo condividere nulla della politica di Lombardo. Dico noi perché per me il Partito Democratico rimane un necessario punto di riferimento”.

Una durissima e reiterata presa di posizione che non ha mosso una foglia. Come si sa, nel governo dell'inquisito Lombardo (“L'inchiesta è una serie di 'nienti'”, ipse dixit), l'assessore alla Sanità è Massimo Russo, già pm. L'assessore alle Autonomie locali è il già magistrato Caterina Chinnici, figlia di Rocco, consigliere istruttore, assassinato dal tritolo di Cosa nostra il 29 luglio del 1983. Una frase di Chinnici è incardinata nella stima dovuta alla sua memoria, tanto da comparire sulla ribalta di wikipedia: “Parlare ai giovani, alla gente, raccontare chi sono e come si arricchiscono i mafiosi fa parte dei doveri di un giudice. Senza una nuova coscienza, noi, da soli, non ce la faremo mai”. A rileggerla fa quasi impressione.

La Sicilia affonda nella palude dei suoi conti dissestati. L'Ars annovera tre deputati arrestati e diciassette sotto indagine. Intanto, il Pd in conclave sceglie di non scegliere dopo la solita seduta di autocoscienza con l’aggregato romano, Migliavacca. E fornisce il labile indizio di una ventura alleanza politica con l’Mpa. Lupo sottolinea: “Io sono il segretario pro-tempore del Pd in Sicilia, non sono il partito. Allo stesso modo, quando noi parliamo di alleanze, guardiamo all’Mpa come interlocutore. A Roma, come in Sicilia, il Pd lancia un appello a tutte le forze alternative a Berlusconi”. La fine auspicata di Berlusconi evidentemente giustifica il certificato di morte dell’antimafia.