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La politica che non c'è più

Palermo, città senza governo


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 Chi governa Palermo, a parte la mafia? Chi è il punto di riferimento della vicenda pubblica di una città abbandonata a se stessa? Il sindaco è un volto anonimo. Sulla storia istituzionale di Diego Cammarata, ognuno giudicherà e tanti hanno già giudicato. Il punto è che abbiamo che fare con un primo cittadino invisibile. Il viso di Leoluca Orlando era noto per esperienza diretta in ogni borgata. Qualcuno, nelle periferie, è ancora convinto che sia il Sinnacollanno a regnare. La Palermo povera vorrebbe almeno scrutare in faccia l'inquilino di piazza delle Aquile. Per poi accontentarsi della sua disperazione, che nemmeno Leoluca Orlando riuscì  a sanare. Diego Cammarata è un milite ignoto della sindacatura. Nessuno lo conosce. Nessuno gli ha stretto la mano. La distanza fisica è già un peccato che qui non si perdona. Sa di ripudio, di lontananza calcolata. I frequenti viaggi del sindaco, a torto, vengono considerati come una fuga da Palermo. In realtà, Cammarata ha diritto di andare dove gli pare. Ma è stato lui, per primo, a mettere un muro tra sé e il suo popolo. Un altro Masaniello come Orlando sarebbe stato troppo. Ci saremmo accontentati di una normale visibilità. Che non c'è stata.

Dall'altra parte del campo c'è un Consiglio comunale, nemico del primo cittadino e di se stesso. La delibera Gesip ha dato un colpo pesante alla psiche di un'istituzione labile. I consiglieri si sono sentiti soli e presi in mezzo tra il martello e l'incudine. Tra la violenza e le minacce di chi voleva la proroga e l'esigenza di far quadrare i conti. Un'angoscia da cui i rappresentanti della municipalità hanno tentato una acrobatica via d'uscita con la "proroghina" di dieci giorni, offrendo la guancia a  Cammarata. La giunta ha approvato altri venticinque giorni. Il sindaco ha avuto buon gioco nell'accusare gli eletti di irresponsabilità. Il Consiglio, ancora sotto choc, non si riunirà a breve. L'intervista rilasciata dal vicepresidente Alotta a Livesicilia è un testo chiarissimo circa gli umori che hanno portato alla paralisi della politica.

In una situazione del genere, ogni appello al buon governo farebbe ridere. Non ci sono le condizioni minime per reggere alcunchè. E' pur vero che non si può lasciare una città in disuso, come se fosse un fantasma. Si rischia di consegnare al futuro danni incalcolabili. Ma se la città non c'è più, forse possiamo cercare un'alternativa in noi stessi. Facciamo i cittadini, poi faremo la città, se ci riusciremo. Ognuno attraversi Palermo disperata con l'animo caritatevole di un angelo custode. Cosa vuol dire fare i cittadini? Non succede più da tanto tempo e l'abbiamo dimenticato. Un ritorno alla memoria della nostra dignità sarà già un discreto primo passo.