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"La zona d'ombra":
Sonia racconta Beppe Alfano


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Il filo rosso della memoria e dei ricordi ha emozionato ieri a Catania. Due donne, unite dallo stesso identico dolore per la perdita del padre per mano mafiosa. C'erano due dolori identici ma due modi di affrontarli in maniera diversa. C'è la grinta e l'impegno politico di
Sonia Alfano, e c'è la fermezza e l'impegno civile di Elena Fava.

Alla piccola platea di pochi intimi, composta da giovani dell'associazionismo, da qualche giornalista e da qualche cittadino nel vero senso della parola, Sonia Alfano, affiancata dall'avvocato Fabio Repici e al cronista di RaiNews Pino Finocchiaro ha presentato il suo libro “La zona d'ombra”.

Un libro che non è la solita storia politicamente corretta impregnata di buoni sentimenti. E' la storia di un cronista dalla schiena dritta, abbandonato dai suoi “camerati” del Movimento Sociale e dal suo giornale. Lasciato da solo a denunciare le truffe all'Unione Europea, le assunzioni sospette negli enti pubblici, e la presenza di Nitto Santapaola a Barcellona Pozzo di Gotto.

Ma è anche una storia di mezze verità, di insabbiamenti, di strane dimenticanze che vengono, con perizia, sviscerate nel corso della narrazione, che si tramuta in un atto d'accusa anche per un ex amico di Beppe Alfano, quell'Olindo Canali, magistrato ai tempi in servizio nella città del messinese, attualmente indagato per falsa testimonianza con l'aggravante di aver agevolato la mafia.

“In questo paese si tende spesso a giustificare il carnefice e a processare la vittima”, ha detto Sonia Alfano, facendo un parallelismo con altre storie. Come quella dei migranti del residence di Mineo che ha visitato e quella dei carabinieri picchiati selvaggiamente da quattro ragazzi sballati dopo un rave party. Persone che vivono situazioni drammatiche, ma che vengono quasi quotidianamente attaccate o per il colore della pelle o per la divisa che portano.

Nella città dell'editore Mario Ciancio arriva anche il momento di parlare della “Sicilia”, il giornale per cui Alfano scriveva. “I colleghi di mio padre – spiega l'europarlmentare - non hanno mai fatto nulla per riabilitare la figura. C'è stato sempre un lungo silenzio del giornale, che prima si era costituito al processo parte civile, ma che poi alla chetichella si è ritirato”. Il tentativo di insabbiare la morte di Alfano fu turpe: si passò alle dicerie. Storie di donne, di carte, di soldi, di molestie sessuali. Per questo gli avevano sparato. E per questo Sonia si è battuta con forza, seppur con momenti di sconforto.

E qui entra in scena con eleganza Elena Fava che ricorda la poca memoria di Catania, gli stessi tentativi di insabbiamento nel caso di suo padre, e lo stesso giornale cittadino protagonista di uno strano silenzio. Ma, ricorda, che “i nostri padri non erano eroi. Non vorrebbero essere chiamati così. Avevano un concetto etico di giornalismo, quello manca a molti cronisti oggi”. Sonia Alfano racconta degli incontri in carcere con diversi mafiosi, come Riina, spavaldo e sfrontato, Provenzano, un boss anche dietro le sbarre, e Nicchi.

Poi si è parlato con Pino Finocchiaro del “caso Catania” e della successione alla Procura, della foto compromettente del procuratore Gennaro con un costruttore in odor di mafia, e degli sviluppi della vicenda giudiziaria di Canali.

L'autrice, con molta probabilità, terminerà la sua carriera politica dopo la scadenza del suo mandato. Tornerà a lavorare in Protezione Civile, con la convinzione che con questo libro e con il suo impegno suo padre “abbia vinto a Barcellona”.