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Essere felici a Palermo?



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Ieri abbiamo preso la barca a Sferracavallo. Una giornata fresca. Il pescatore: "Piacere, sono il signor Franco", ecco dov'era. La barca, dicevamo. Una tenera barchetta a motore. Abbiamo viaggiato in mezzo al mare, sotto nuvole tutto sommato cordiali. Qualcuno era rimasto a cantare a riva. Da lì, abbiamo visto Palermo. Di schiena. E ci è sembrata meravigliosa. Bisogna andare via da Palermo, ma non tanto, per amarla. La distanza delle mani che si tendono per toccare una cosa è sufficiente.

In cielo c'erano ali grandissime, Un bambino sugli scogli: "Saranno aquile?". Il signor Franco, una faccia pietrificata dal sole e dalla salsedine. A poppa, roccioso e forte come il Capitano Achab, prima di impazzire per Moby Dick. Nel punto convenuto abbiamo gettato i fiori: quattro girasoli in mare. E siamo tornati. Mentre tornavamo, lentamente, mi ha preso l'angoscia. La bellezza di Palermo è più semplice goderla se sei distante? Puoi scinderla dai disagi, dalla rabbia che nasce dall'amore, dalla violenza tua e degli altri? Puoi essere felice, a Palermo, dentro Palermo?

Sarebbe un buon esercizio settimanale. Allontanarsi un po' dalla città. Andare via, quanto basta per tornare, quanto basta per tendere le mani. In mezzo al Mediterraneo, sulla barchetta del signor Franco. E sentire, dal mare, dalla pace, l'amore che a terra non avvertiamo, perché coinvolti in una interminabile guerriglia urbana.
Alla fine siamo approdati e ci siamo messi a guardare. I girasoli viravano piano verso gli scogli, come per non abbandonarci. In controluce, una pazzia di ali. Forse erano aquile. Forse erano angeli. Gli angeli di Palermo.