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Renzo Barbera e la coppa

Un'altra finale (anche per lui)


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Mio padre era catanese. A sua discolpa, dirò che faceva il professore di latino. Era assai poco propenso al calcio. Amava Orazio e non gli importava nulla di Aldo (Cantarutti). Era una creatura libera e virtuosa, a parte la pipa. Un giorno, camminavamo in un viale di gelsomini. Dalle siepe ne spuntò uno più grande. In effetti era un uomo, con una chioma di capelli bianchi a corolla. Mio padre si inchinò leggermente, ricambiato da un sorriso. Io, stupito dal gesto inusuale d'omaggio: "Papà, perché saluti così?". Lui mi rispose in modo definitivo: "Era Renzo Barbera".

Renzo Barbera. Cioè, un'entità capace di provocare l'inchino in un fiero professore catanese, digiuno di calcio. Di seguito, raccolsi informazioni. Sì, era stato presidente del Palermo. E allora? Doveva esserci dell'altro. Il resto l'ho scoperto,  negli sguardi delle persone e nelle loro benedizioni. Anche dopo la scomparsa, il nome di Renzo Barbera, una volta pronunciato, attira immancabilmente una parola gentile. La sua grande corolla di capelli candidi non riesce a separarsi dal profumo della bontà che emanava in vita. E sarebbe superfluo spiegare perché.

Il presidente Barbera fu costretto all'impatto duro tra la sua signorilità e il cinismo del mondo. Andrebbe ricompensato oggi con un'altra finale. Una furbizia in Gonella gli scippò una coppa già vinta. Forse fu un uno choc, una rivelazione inattesa. Eppure, lui non perse mai la piega di un sorriso gentile all'angolo della bocca. Proprio come in questa foto: già vecchio, probabilmente sofferente, ma sorridente e in piedi davanti alla vita. Proprio come quel giorno di gelsomini e di inchini. Con la mano di mio padre ancora attaccata alla mia.