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Consiglio. Intervista a D'Arrigo (mpa)

"Cammarata dialoghi con Lombardo
Dico no a Faraone sindaco"



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Una lettera aperta al sindaco Diego Cammarata per chiedere di invitare anche il consiglio comunale di Palermo al tavolo romano su Gesip, che per oggi si ridurrà a un semplice confronto con il ministro
Maurizio Sacconi. E ancora un secco no a Davide Faraone sindaco. Leonardo D’Arrigo, capogruppo dell’Mpa a Sala delle Lapidi, ha le idee ben chiare e al primo cittadino manda un messaggio: si mettano da parte le incomprensioni con Lombardo e si apra anche un tavolo regionale.

Consigliere D’Arrigo, lei ha inviato una lettera aperta al sindaco sulla vicenda Gesip. Cosa c’è scritto?
"Da due mesi, ormai, sulla Gesip si fanno solo annunci: è ora di passare ai fatti. Non credo sia utile continuare a polemizzare, visto quanto successo fra Davide Faraone e il sindaco nei giorni scorsi, ma il tavolo tecnico romano, per come è pensato, servirà solo a trovare una soluzione tampone".

Cosa non va nel tavolo interministeriale?
"Anzitutto oggi si terrà solo un confronto fra Cammarata e il ministro del Lavoro Sacconi, come se il problema fosse solo di natura sociale. Prima ancora di partire per Roma, il sindaco dovrebbe venire in Aula e presentare sia un programma organico di intervento per tutte le partecipate, non solo la Gesip, sia un piano per l’impiego di tutto il personale del Comune, che riguardi i servizi diretti e indiretti che forniamo ai cittadini. È necessaria pertanto la presenza anche dei ministeri per lo Sviluppo economico e per l’Ambiente, visto che andrebbe affrontato anche il nodo Amia, dei rappresentanti sindacali e del consiglio comunale".

Fra le misure allo studio, c’è l’internalizzazione dei lavoratori Gesip e il piano dei prepensionamenti. Sono soluzioni che la convincono?
"Se qualcuno pensa che mandando in pensione 1800 dipendenti e operando l’internalizzazione si risolva il problema, allora non abbiamo fatto niente. Il Comune ha già 9000 dipendenti, che bisogno c’è di altre 2000 persone peraltro non qualificate? L’amministrazione ha bisogno di architetti, ingegneri, commercialisti, psicologi e non di lavoratori che offrono servizi generici e con mansioni esecutive. L’idea dell’internalizzazione non mi convince, ma se può aiutare allora facciamola, ma solo se ragioniamo anche sull’impiego di tutto il personale. Non è solo una questione di soldi, i 40 milioni non risolvono nulla".

Cosa dovrebbe fare allora il sindaco?
"Dovrebbe andare a Roma con le carte a posto, con un’idea precisa di cosa si vuole fare, evitando di affidarci solo al ragioniere generale o al direttore generale. Cammarata deve portare le carte in Consiglio e confrontarsi con noi. Non possiamo andare lì col piattino in mano e ritrovarci fra quattro mesi punto e a capo".

Secondo lei Cammarata si dimetterà?
"Il sindaco in questa città non c’è più da due anni, siamo in mano a una squadra di 16 assessori che per la maggior parte pensano solo a fare favori e ad assecondare logiche clientelari. Solo i tecnici si impegnano veramente e cercano di aiutare il sindaco, come Carta, Genco o Rappa. Gli altri non hanno idea di come si governa la città. Ci vorrebbe una giunta formata da otto o dieci persone al massimo, tutte di provata esperienza e capacità. Se poi il sindaco c’è o non c’è, non ha importanza".

L’operato del sindaco può essere uno dei motivi di stallo del consiglio comunale?
"Io sono arrivato in Consiglio solo un anno dopo le elezioni, ma i rapporti fra l’Mpa e Cammarata erano già tesi, c’erano delle incomprensioni. Il nostro assessore, Nino Scimemi, ha abbandonato la giunta in polemica perché non poteva operare sul centro storico e il sindaco ci mise subito fuori perché non accettava che una forza politica presente in giunta operasse in autonomia per difendere la città. Bossi e Berlusconi si compensano perché uno rappresenta il territorio e l’altro interessi più ampi, ma convivono. Cammarata riteneva di poter fare a meno di noi, ha mantenuto rapporti con il Pid ma poi ha perso anche Micciché perdendo la maggioranza in consiglio e creando il caos, perché adesso non ha i numeri per governare. Del programma elettorale, sottoscritto anche dall’Mpa, non ha raggiunto nemmeno un obiettivo, perdendo pezzi anche nel Pdl. Quantomeno, nel primo mandato il sindaco ha espresso forza e buona volontà, nel secondo invece no. Abbiamo speso milioni di euro per tappare i buchi delle partecipate, invece di investirli".

Cosa rimproverate di più al sindaco?
"Di non aver saputo guidare le società partecipate, sovraccaricando le aziende di precari. Si dice sempre che la colpa sia di Leoluca Orlando, ma non è così perché queste persone andavano impiegate meglio, facendo la raccolta differenziata prima e non adesso perché costretti dal ministero. Insomma, siamo di fronte a un vero fallimento. Per questo, nella seduta di stasera presenterò, insieme al consigliere Totò Orlando dell’Idv, una proposta di delibera che chiede al sindaco un programma chiaro sulle partecipate e un tavolo regionale che riguardi anche le grandi opere".

Un tavolo regionale? Secondo il presidente Campagna, fra Lombardo e Cammarata c’è un problema personale oltre che politico.
"Diciamo che hanno due modi differenti di intendere la politica. Il presidente Lombardo ha una visione di governo autorevole, è uno che pretende risultati, che alza la voce col governo nazionale se serve. L’unico pensiero di Cammarata è cosa fare dopo, quando se ne andrà. Dobbiamo confrontiamoci con la Regione, con l’assessore Armao, per la realizzazione del collegamento fra Punta Raisi e i paesi della provincia che liberi dal traffico viale Regione Siciliana, del centro direzionale di fondo Luparello, di un piano per lo stadio. Sono lontano anni luce dal sindaco Cammarata, ma penso che il Comune debba fare il primo passo per un confronto con Palazzo d’Orleans, per aiutare la città. Non dobbiamo essere d’accordo su tutto, ma almeno confrontiamoci. Durante il dibattito sulla Finanziaria, ho visto tanti deputati battersi per i propri territori, tranne quelli palermitani, fra cui anche Faraone. Per esempio, quanto toccherà a Palermo dei famosi fondi Fas?".

Cosa dovrebbe fare Sala delle Lapidi nell’immediato?
"Una trentina di delibere, che giacciono da due o tre anni. Ci sarebbero il piano del porto, i Prusst (Programmi di riqualificazione urbana e di sviluppo sostenibile del territorio, ndr), il regolamento sui gazebo, il riordino dei mercatini rionali, la revisione del piano commerciale e di quello del centro storico. Non possiamo bloccare tutto per far dispetto al sindaco".

Non si dimentica del Peep (Piano di edilizia economica e popolare)?
"Quello ormai è superato, non ne dobbiamo nemmeno parlare. Il Peep era strumento esecutivo di un piano regolatore che ha concluso il suo iter nel 2007, ma va ovviamente rivisto. Farlo ora non avrebbe senso".

Perché le opposizioni sono divise a Sala delle Lapidi?
"Perché la pensiamo diversamente su alcune cose. Per esempio, con gli amici dell’Idv siamo in disaccordo sull’internalizzazione. Poi c’è anche da dire che siamo prossimi alle elezioni e gli obiettivi sono diversi".

Sosterrebbe Faraone nella corsa a sindaco?
"No, non lo sosterrei. Non è questione di simpatia o antipatia, ma il dopo-Cammarata va visto anche in base ai rapporti regionali e a quello che succederà nei prossimi mesi all’Ars. Lombardo ha lanciato l’idea Musotto, ma non può essere una scelta solitaria, come non può esserla quella di Faraone. Certo, vedo assai improbabile una nostra alleanza con la sinistra o con Sel (Sinistra, ecologia e libertà, ndr), ma se si vuole ragionare su un candidato non si può prescindere da quanto accade a Palazzo Reale".