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Com'era rigoglioso il nostro campetto


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C'è un grande prato verde che aspetta il Palermo e i suoi tifosi al crocevia tra la gioia e la disperazione. Per celebrare l'evento, qui si celebrano i campetti della nostra infanzia. E' lì che il calcio ha avuto inizio. Che fossero di terra battuta, d'asfalto o di marciapiede (l'erba era un sogno) i campetti della nostra infanzia furono soprattutto un sintomo di resistenza umana. Erano scavati nei posti più impensabili, nel cuore di una Palermo che non ha mai amato i giochi dei bambini, negando spazi e occasioni.

Io giocavo allo "Scipione". Si chiamava così perché accanto c'era un negozio di ferramenta:  "Scipione Le Quaglie". Il nome aveva un sentore di mitologia. Andavamo allo Scipione. E suonava come l'Olimpico di Roma, declamato dalla voce di Sandro Ciotti. Come tutti i campetti della nostra infanzia, lo Scipione era irregolare. Largo a una sommità, stretto all'altra. Da un lato era possibile crossare dal fondo. Dirimpetto, invece, l'area si restringeva a imbuto, rendendo più facile il compito degli assediati. La porta era segnata da due pietruzze a terra. La traversa era un segmento  immaginario del cielo.

Il primo, vero, campo di calcetto ci apparve come una Fata Morgana nel deserto. Ma non aveva la poesia dello Scipione. Per entrarci, dovevi scavalcare un cancelletto: plastica figurazione delle pene da affrontare allo scopo raggiungere la felicità. I portieri sorteggiavano le squadre col "tocco io". E qualcuno protestava sempre perché Giovannino (biondo, esile, con i piedi alla Bruno Conti) era "toccato" agli altri. Laggiù ho conosciuto i migliori talenti di strada della nostra epoca. Holly e Benj ancora non esistevano. Ci ispiravamo a Shingo Tamay.

Dopo epiche e furentissime battaglie, la sera di sabato, si tornava con le ossa rotte e il sorriso sulle labbra. La promessa di una pizza con una comitiva in cui c'era lei, somigliava al Paradiso delle Urì. Le dichiarazioni alle ragazzine dei sogni, a quattordici anni, si risolvevano in disastri memorabili. Non avevamo né tenica, né esperienza. E io leggevo pure Baudelaire. Pazienza. Sapevamo che lo Scipione avrebbe suturato i nostri dispiaceri con rinnovabili pomeriggi di sete e magia. Era spelacchiato, col ghiaino e i buchi. Ma, all'orizzonte, ci abbagliava. Pareva verdissimo.