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Le mani della mafia sugli affari del Nord


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La mafia di Gela all'assalto dell'economia del Nord per riciclare enormi ricchezze realizzate con le estorsioni e i traffici internazionali di droga. Dopo la 'Ndrangheta calabrese, anche alcune famiglie storiche di Cosa Nostra, i Rinzivillo e gli Emmanuello, avevano scelto la Lombardia e la Liguria per insediare le proprie aziende e controllare il territorio con le minacce, la violenza, i ricatti, i danneggiamenti.

E' questo lo scenario delineato dall'operazione 'Tetragona': tre anni di indagini da parte di magistratura, polizia e guardia di finanza sfociate nell'arresto di 63 esponenti dei due clan rivali che erano riusciti a insediare in provincia di Varese e a Genova, potenti "teste di ponte" per il controllo degli appalti e l'imposizione del racket. Nel mirino delle cosche, colpite da un provvedimento di sequestro per un ammontare di 10 milioni di euro, anche gli appalti per l'Expo di Milano 2015. Gli investigatori hanno ricostruito con pazienza gli organigramma e le tappe criminali di una lunga faida, durata oltre vent'anni, che ha contrapposto le due famiglie in lotta per il predominio mafioso non solo in Sicilia ma anche nel Continente. I Rinzivillo, ad esempio, avevano scelto come base logistica Busto Arsizio, chiamata 'Gela 2' per la massiccia presenza di una colonia di emigrati.

Nel centro del varesotto gli affari sarebbero stati retti dall'imprenditore Rosario Vizzini, assai vicino a Crocifisso Rinzivillo, fratello del boss, Antonio. In particolare il clan avrebbe gestito un vasto traffico internazionale di cocaina con Santo Domingo. La cosca degli Emmanuello si era invece insediata a Genova, avendo come referenti Vincenzo Morso ed Emanuele Monachella. I proventi illeciti dell'attività criminale del clan venivano reinvestiti nell'acquisto di immobili e nell'apertura di attività imprenditoriali nel settore dell'edilizia.

"I duri colpi che abbiamo inferto alle cosche - ha spiegato il procuratore di Caltanissetta, Sergio Lari - ha indotto la mafia gelese a diversificare gli 'investimenti' e a spostare al Nord la propria attività, nella convinzione di trovare minori controlli, ma noi non li abbiamo mollati un attimo". Anche il ministro dell'Interno, Roberto Maroni, si è complimentato con magistrati e forze dell'ordine sottolineando che l'operazione "ha interessato la mia terra, la provincia di Varese". Dopo tre anni di indagini, e grazie alla collaborazione di otto pentiti e ben 14 imprenditori, vittime del racket, gli inquirenti sono riusciti anche a fare luce su molti attentati compiuti a Gela da entrambi i gruppi mafiosi. La Guardia di Finanza ha convinto il titolare di una ditta a collaborare dopo avere scoperto nei suoi conti l'esistenza di un fondo nero destinato al pagamento del pizzo (375 mila euro tra contanti, alberghi e ristoranti garantiti agli estortori in vent'anni). Gli uomini del commissariato di Gela hanno anche identificato e arrestato un dipendente comunale infedele, Angelo Camiolo, la "talpa" che avrebbe informato il gruppo Emmanuello sull'assegnazione degli appalti: entità dei finanziamenti, imprese vincitrici, affidamento di lavori.

Tutte notizie utili per la richiesta delle tangenti che lui stesso avrebbe percepito per conto della mafia. Una quota dei proventi andava alle famiglie dei detenuti della cosca per il sostentamento e le spese legali dei processi.