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quattro arresti

Colpo ai clan agrigentini
In manette il boss Scozzaro


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, Agrigento, Cronaca
Lo conoscono tutti come "U Campiuni", sarà per la sua tempra gioviale, o per quel suo modo - come trapela da qualche suo compaesano - di essere sempre leader della situazione. Si chiama, in realtà,
Giovanni Scozzaro, cinquantatreenne, originario di Campofranco, ma da tempo stabilitosi a Casteltermini. Nel centro montano Scozzaro ha messo su famiglia e avrebbe - a detta degli inquirenti - continuato a coltivare abitudini mafiose, imparate, però, nella consorteria nissena. Stanotte è finito in manette con l'accusa di associazione per delinquere di stampo mafioso. Sarebbe uno dei vertici della mafia della montagna, la stessa a cui l'operazione Kamarat, ha dato, nelle scorse ore, un forte colpo di spada.

Quattro in tutto gli arresti, messi a segno dai carabinieri della compagnia di Cammarata, insieme con gli uomini del Reparto operativo di Agrigento. Insieme a Giovanni Scozzaro - presunto capo del mandamento castelterminese - sono finiti in manette anche Angelo Longo, figlio di Luigi, già capo del gruppo mafioso cammaratese e fratello di Salvatore, lo stesso che finì in carcere perché coinvolto nel sequestro del Giuseppe Di Matteo. E Angelo Longo sarebbe stato uno degli esclusi eccellenti, nelle indagini che smantellarono la rete degli aguzzini del piccolo di San Giuseppe Jato. Longo, oltre che per l'accusa di associazione mafiosa, è stato anche arrestato per quella di sequestro di persona.

In manette anche il cognato di Longo, Mariano Gentile 58 anni, di Castronovo di Sicilia, il trait d'union tra la mafia della montagna e quella palermitana. Altra ordinanza, ma ai domiciliari, per Vincenzo Giovanni Scavetto, 70 anni di Casteltermini, già finito in carcere, una trentina di anni fa, per una storiaccia, legata a un regolamento di conti della vecchia mafia.

Un gruppo da mafia "all'antica" e che stava provvedendo - sempre secondo indiscrezioni investigative - a reclutare nuove leve, tra i giovani della montagna. Elemento di punta, Scozzaro, avrebbe un pedigree mafioso, maturato negli ambienti nisseni, dove, anni fa, "U campiuni" sarebbe stato ufficialmente combinato. Di lui riferiscono, nei dettagli i pentiti Di Gati, Putrone e Ciro Varo. Lo indicano come un punto di riferimento fedele e da lungo tempo a disposizione della consorteria. Scozzaro lavorava come capo squadra in una società che si occupa, ad Agrigento, di gestione dei rifiuti. Amante del cavalli, è stato catturato a due giorni esatti dalla Sagra del Tataratà, di cui lui, da sempre, era uno dei protagonisti. Nella festa, infatti, Scozzaro, per diversi anni si è aggiudicato, all'incanto, uno dei posti migliori nella cavalcata, forse a volere dimostrare una sorta di podestà, che, in silenzio, molti a Casteltermini pare gli riconoscessero.

Di Longo, inceve, parla l'ex boss palermitano Nino Giuffrè. Riferisce che, quando il piccolo Di Matteo, ha sostato per un periodo di tempo nelle campagne di Cammarata, Angelo Longo si sarebbe messo a disposizione e poi avrebbe fattivamente collaborato alle fasi del sequestro del piccolo. Una figura, quella di Angelo Longo, il cui profilo criminale era sussurrato un po' in tutta la montagna. Lo stesso Longo, in combine con il cognato, Gentile, avrebbe provveduto a interessanti "scambi" culturali con la mafia palermitana.

Lo scopo del gruppo era quello di occuparsi del racket nella zona della montagna, mantenendo stretti contatti con decine di imprenditori e pare agevolando alcuni di questi. In cambio di "protezione", il clan pretendeva la quota oppure qualche posto di lavoro nell'ambito dell'imprenditoria, ma pare anche in quello del commercio. "U campiuni", così come Longo e come Gentile, nei piccoli contesti di provincia, dove si muovevano, non necessitavano di presentazione. Li conoscevano tutti, in molti li temevano anche, e in tanti sapevano pure che farseli amici poteva diventare una garanzia di bene stare negli affari loschi.

Un'indagine, a suo tempo, coordinata dal capitano Alessandro Trovato, con la direzione della DDA di Palermo, con il l'aggiunto Vittorio Teresi e con i pm Giuseppe Fici ed Emanuele Ravaglioli. Un paio d'anni di lavoro capillare, con le dichiarazioni incrociate di una decina di pentiti tra gli agrigentini, i palermitani e i nisseni, e poi con una certosina opera di intercettazioni ambientali e telefoniche. L'inchiesta, però, potrebbe non essere finita qui. Dodici sono in tutto i nomi degli indagati al vaglio del gip Fernando Sestito. Si tratterebbe di soggetti di Cammarata e Casteltermini, per i quali, però, al momento non è stata disposta la misura cautelare. Le indagini proseguono, potrebbero infatti spuntare altri coinvolgimenti nella tragica vicenda di Di Matteo, ma anche storie di corruzione, di mafia, grandi appalti e pizzo a grosse cifre. La montagna agrigentina è scossa e c'è chi con la cenere bagnata, in queste ore, trema.