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Il processo Mori. Parla il pentito Angelo Siino

"I Ciancimino? Inaffidabili"


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Massimo Ciancimino? Un racconta frottole. E suo padre Vito, uno pericoloso che inventava storie. Questo il giudizio sul cosiddetto superteste della trattativa tra Stato e mafia e su suo padre, il sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino, del pentito Angelo Siino, che ha deposto oggi al processo per favoreggiamento alla mafia al generale del carabinieri Mario Mori.

Siino, conosciuto come il ministro dei Lavori pubblici di Cosa Nostra, per i suoi interessi nella realizzazione delle grandi opere, ha descritto la figura di Ciancimino, secondo una tesi investigativa protagonista di una fase della trattativa tra lo Stato e Cosa Nostra.

"Non sapevo cosa fosse questa trattativa - ha detto - ma sapevo che Ciancimino si stava occupando, anche quando era detenuto, di cose politiche".

Siino ha poi raccontato che, tra il '93 e il '94, il boss Bernardo Brusca gli avrebbe garantito che a breve "sarebbero andati tutti a casa": espressione che faceva riferimento all'aspettativa di una revoca del carcere duro a cui sia Siino che il capomafia erano ristretti. Ma l'auspicio di Brusca non si avverò mai. Il pentito ha poi detto che il boss Riina odiava Vito Ciancimino e che questi era protetto, invece, da Bernardo Provenzano, nonostante l'ex sindaco trattasse il padrino di Cosa Nostra con grande sufficienza.

Del figlio di don Vito, attualmente in carcere per calunnia aggravata, Siino ha detto che "in Cosa Nostra era notorio che Massimo era un contafrottole, che amava la bella vita e scialacquava i soldi del padre".

Tra il '94 e il '95 i carabinieri, grazie all'aiuto di Angelo Siino, mafioso all'epoca ancora non pentito, ma solo confidente, arrivarono a un passo dalla cattura del boss Bernardo Provenzano. A impedire il blitz fu l'emozione di cui fu preda un ufficiale dell'Arma che non reagì prontamente e perse il contatto con l'auto in cui c'era il capomafia corleonese. L'inedita storia è stata raccontata al processo Mori dal collaboratore di Giustizia Angelo Siino. "Eravamo ad Aspra - ha detto -. Io accompagnavo il colonnello Meli per mostrargli i luoghi abitualmente frequentati da Provenzano. In una Mercedes blindata incontrammo il boss latitante in compagnia di un altro mafioso, Carlo Guttadauro. Io gridai: 'quello e' Provenzano!'. Ma Meli per la sorpresa non riuscì a fare l'inversione e perse l'auto". Siino ha anche raccontato di essere stato contattato, dopo l'arresto, più volte dal generale Mario Mori e dall'allora capitano Giuseppe De Donno. "Mi volevano convincere a pentirmi - ha spiegato - ma io non accettai, però indicai i luoghi in cui potevano catturare sia Giovanni Brusca che Bernardo Provenzano".

Secondo il pentito, però, i carabinieri di fatto non avrebbero seguito le sue indicazioni. "Io mi meravigliavo - ha detto - perché nonostante le mie dritte non facevano nulla". A un certo punto, De Donno avrebbe detto a Siino che in quella fase le attenzioni investigative dovevano concentrarsi sulla ricerca di Brusca. Ad alcuni colloqui tra Siino e i carabinieri partecipò anche l'avvocato dell'epoca del pentito, Nicolò Amato, che nei mesi scorsi è stato sentito dalla Procura di Palermo nell'ambito dell'indagine sulla trattativa tra Stato e mafia.