Live Sicilia

La lezione

Il senso dello Stato di Falcone
nella condanna del rischio quotidiano


di PIPPO RUSSO Gli anni sono trascorsi inesorabilmente da quel 23 maggio del 1992, che resterà per sempre nella nostra memoria. Le immagini sono ancora sulla mia pelle, prima che negli occhi e nella mente, se fino a ieri mi rifiutavo di assistere a un qualunque programma, dibattito, film, sulla mafia e su quel periodo sanguinoso.

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giovanni falcone, Cronaca
di PIPPO RUSSO Gli anni sono trascorsi inesorabilmente da quel 23 maggio del 1992, che resterà per sempre nella nostra memoria. Le immagini sono ancora sulla mia pelle, prima che negli occhi e nella mente, se fino a ieri mi rifiutavo di assistere a un qualunque programma, dibattito, film, sulla mafia e su quel periodo sanguinoso. Capivo che tale mio rifiuto era come quello di chi riceve una violenza fisica o morale insopportabile, e non vuole essere riportato sui luoghi della sopraffazione, ricordarne il tempo, gli odori, i frastuoni. Non conoscevo Giovanni Falcone personalmente, ma era come se lo conoscessi. Abitavo proprio di fronte la casa della sorella Maria, dove lui viveva prima di trasferirsi in via Notarbartolo e ancora risiedono i miei genitori. Scendevo per andare a scuola, e poi all’Università, nello stesso orario in cui lui usciva dal portone per infilarsi nell’auto blindata. Per mesi, anni, ogni giorno. Sceglievo apposta l’orario comune, perfettamente compatibile con i miei. Aveva ancora la barba e io, che di mafia ne sapevo poco, senza che ci fossimo mai parlati apprendevo da lui, senza volerlo, da quel gesto quotidiano di uscire da un portone per infilarsi in un’auto blindata, il senso dello Stato e quale cancro fosse la mafia, perché avvertivo nell’aria e nell’animo un senso di solennità e d’intensa tragicità. Gli scrissi pure una lettera, ma non mi rispose, forse non l’ha mai avuta. Poi, quando si trasferì dove ora c’è l’albero Falcone, lo stesso rito,  perché a pochi passi dal mio ufficio.

Gli orari coincidevano in ugual modo. Arrivavo a piedi, i poliziotti fermavano il traffico e i pedoni, lui usciva, adesso senza barba, e balzava velocemente dentro un’auto blindata, scortata a sua volta da altre due macchine, più moderna rispetto a quella di prima. Era divenuta una figura familiare, che aveva scandito il mio tempo di studente e di giovane adulto diventato padre, eppure non c’eravamo mai parlati. Quando l’esempio è forte, può essere muto. Nel frattempo, cominciavo a saperne molto di più di mafia, il mio spendermi nel volontariato cattolico si era trasformato nell’impegno politico per l’affermazione dei principi di legalità e di solidarietà e, senza che l’avessi mai potuto immaginare, anch’io ho provato la paura, la solitudine, l’urlo delle sirene. Ecco perché il giorno del boato assassino io mi sentii male. Non solo perché capivo bene cosa fosse successo e chi avessero massacrato, ma perché avevano ucciso, insieme alla moglie Francesca Morvillo e agli uomini della scorta Vito Schifani, Antonio Montanaro e Rocco Di Cillo, qualcuno che mi aveva accompagnato inconsapevolmente, come un Maestro, per molte mattine della mia vita, nella mia crescita di cittadino e di dirigente politico amante della legalità.

Diciannovesimo anniversario, e se il tempo è passato lentamente dentro ognuno di noi che abbiamo creduto e crediamo nel riscatto di questa terra martoriata e nella liberazione da ogni mafia, parallelamente è come se scorresse un altro tempo, un’altra vita, altri personaggi. Sono morti magistrati, sacerdoti, giornalisti, politici, poliziotti, imprenditori, eppure la mafia, il pizzo e il racket sono ancora forti, e parte della politica e dei politici sono collusi con la criminalità organizzata. Si, come se scorresse un’altra vita, un altro tempo e non fosse mai accaduto nulla di spaventoso. Nonostante l’impegno continuo ed efficace dei magistrati e dei poliziotti, a cui sempre deve andare la nostra gratitudine, diciamolo chiaro e forte che la mafia è ancora potente. Ed è normale che sia così, perché un fenomeno come quello mafioso non si può combattere solo a valle, nella fase repressiva, ma soprattutto a monte, nel momento in cui s’insinua nella società, nella burocrazia, nei partiti, nei sindacati, nei palazzi della politica, dell’economia, della finanza, dell’imprenditoria.

Lo dicevano Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Si combatte rompendo i silenzi o le “disattenzioni” della Chiesa, che non deve mai dimenticare il severo monito ai mafiosi di Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi nel 1993. Chi governa a Roma, ha definito “eroe” un mafioso e vuole depotenziare gli strumenti di lotta e di contrasto a Cosa Nostra, e chi ha governato e governa in Sicilia, pensa bene di incontrare boss per chiedere e ottenere voti. Domani, 23 maggio, non può essere solo il giorno del ricordo commosso. Non ce lo possiamo permettere. Deve essere un momento, nel nome di Giovanni Falcone, di indignazione alta, in cui si deve urlare BASTA! Basta, alla politica inquinata, basta ai governanti mafiosi o amici dei mafiosi. Basta, al tentativo di stravolgere la nostra Costituzione. Basta alla minaccia neppure tanto velata alle basi della nostra democrazia. Basta, all’illegalità, all’evasione fiscale, alla violenza sulla natura, alla negazione dei diritti fondamentali per gli omosessuali, i disabili, gli immigrati, i poveri. Basta, alla mercificazione della vita, della politica, del corpo delle donne. Tutte le scuole, dalle elementari fino alle superiori, organizzino la partecipazione degli studenti e incontri di educazione alla legalità e al valore della Costituzione. Dobbiamo essere in tanti e non dobbiamo consentire la presenza di rappresentanti delle istituzioni e dei partiti che con la storia e la morte di Falcone non c’entrano nulla. Lasciamoli fuori. Andiamo all’Albero Falcone per esprimere il nostro dolore, il nostro sdegno, ma anche l’impegno perchè finalmente trionfi la giustizia e la legalità a Palermo, in Sicilia, in tutto il Paese. Abbandoniamo ogni rassegnazione, torniamo a formare catene umane, ad appendere lenzuola bianche ai balconi. Per dire NO all’illegalità, NO alla violenza, NO alla morte. E SI' alla legalità, SI' alla solidarietà, SI' alla vita.