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Il ricordo

Sapevo solo che la mafia era brutta


di MAURO LA MANTIA Nella primavera del 1992 chi scrive aveva 11 anni. Un ragazzino di Palermo che frequentava la prima media alla scuola “Pecoraro” con la passione della lettura, del tennis e delle prime partite di calcio del Palermo in serie C viste allo stadio con papà. A quell’età è difficile comprendere il vero significato della strana parola che rimbalza per le strade, a scuola, in famiglia e nei telegiornali.


giovanni falcone, Cronaca
di MAURO LA MANTIA Nella primavera del 1992 chi scrive aveva 11 anni. Un ragazzino di Palermo che frequentava la prima media alla scuola “Pecoraro” con la passione della lettura, del tennis e delle prime partite di calcio del Palermo in serie C viste allo stadio con papà. A quell’età è difficile comprendere il vero significato della strana parola che rimbalza per le strade, a scuola, in famiglia e nei telegiornali. La mafia per me, e per tanti miei coetanei, era semplicemente una “cosa” che riguardava noi siciliani. Qualcosa di molto brutto, di cui aver paura. Di più non sapevo.

Il 23 maggio ero con la mia famiglia a Terrasini, nel residence di Calarossa. Era un classico sfruttare i fine settimana primaverili per iniziare a pregustare quel clima da vacanza, ormai imminente. Soprattutto per un ragazzino il periodo di fine maggio ha un sapore particolare. La scuola volge al termine ed il sogno dell’estate sta per realizzarsi. Come ne “Il sabato del villaggio” di Giacomo Leopardi, verso la fine della primavera prevale quella felicità che sta tutta nell’attesa del lieto evento della stagione estiva. Paradossalmente rende più felice l’attesa che l’evento in sé. Siamo fatti così noi esseri umani.

Quel sabato l’ho trascorso insieme ai miei amici del residence. Tra partite di calcio, scherzi, risate e disquisizioni sui programmi per l’estate ormai prossima. Il pomeriggio volgeva al termine ed era arrivato il momento di salutare gli amici e tornare a casa. Quando arrivai vidi i miei genitori insieme ai miei zii incollati davanti la Tv. Che pazzia, pensai tra me e me, non godersi all’aperto questa calda e splendida giornata! Quando però vidi le loro espressioni sconvolte capii che era successo qualcosa. I Tg parlavano di una bomba scoppiata nell’autostrada A29 nei pressi di Capaci. Lo stesso percorso che avevamo fatto poche ore prima per raggiungere Terrasini. Obbiettivo dell’attentato era Giovanni Falcone, quel magistrato antimafia di cui avevo sentito parlare tante volte. Restammo a Terrasini fino a lunedì a causa dell’interruzione dell’autostrada. Per la prima volta fui costretto a ragionare sulla reale essenza della famosa mafia. Quella giornata fu caotica, ma anche un ragazzino di 11 anni come me comprese che nulla sarebbe stato come prima.

Anche il 19 luglio mi trovavo a Terrasini. Avevo solo qualche mese in più ma, ormai, dopo quel 23 maggio, della mafia avevo capito tante cose. Ero a casa quando quel pomeriggio venne ad avvertirmi del nuovo attentato Attilio, un amico che trascorreva l'estate nel mio stesso residence. “Hanno ammazzato Borsellino, il giudice amico di Falcone” diceva Attilio in lacrime correndo verso casa mia. Un’immagine che non dimenticherò mai. Attilio, come me, aveva capito ormai cosa era la mafia. Ancora una volta un senso di impotenza e di sconfitta piombava su di noi.

Sono passati 19 anni da quelle stragi. Il mio amico Attilio non c’è più, strappato alla vita pochi anni fa da un terribile male. La mafia, invece, c’è ancora. Seppur ridimensionata continua a calpestare la dignità ed il futuro della nostra terra. Sono fermamente convinto che le stragi del ’92 furono un clamoroso boomerang per la mafia perché, per la prima volta, un’intera generazione di siciliani ebbe per essa paura e ribrezzo. Non c’era più spazio per la vecchia visione di una mafia “buona”, protettiva verso il popolo siciliano umiliato da uno Stato nordista e affamatore dei meridionali. I buoni erano questa volta i servitori dello Stato, massacrati da criminali senza pietà. Non “uomini d’onore”, ma infami che mettevano le bombe. Le lacrime versate il 23 maggio ed il 19 luglio vengono asciugate, di anno in anno, dalla speranza di vincere la battaglia portata avanti da Falcone, Borsellino e da tutti gli altri martiri. La fede cristiana mi dà la certezza che in questo momento Attilio ride insieme a Giovanni e Paolo in paradiso, la patria dei giusti. Lì non c’è spazio per le lacrime e per la paura.