(R.P.) Quando muore un giornalista il potere si mette la maschera del cordoglio, ma nel suo cuore nero sorride. Giuseppe D'Avanzo, scomparso per un colpo inaspettato, era una spina conficcata nella carne malvivente del Palazzo. Ora che questa spina è stata strappata dal lutto, dietro l'ipocrisia delle chiacchiere dei politici si avverte un fruscio, un soffice sospiro di sollievo.
Maledetto mestiere che uccide. Leggete cosa scrisse Gianni Brera della morte di un cronista sportivo. Maledetta la febbre che ti consuma. Lo scegli perché pensi che non usurerai te stesso, scrivendo dei maldipancia degli altri. Troppo tardi scopri che il confine si è dissolto, che tu sei gli altri e soffri per loro. Al massimo indossi gli occhiali scuri e un paio di baffi finti per dissimulare. Lo chiamano il cinismo del giornalista. Ma poi la vita passa a goccia a goccia. E il mestiere ti ammazza.
Maledette le suole delle scarpe che si sfondano, mentre la strada ti divora. Se sei un giornalista vero, la strada comanda pure quando ti incastri nella sicurezza fasulla di una scrivania. Ne avverti l'odore come un'ossessione. E il corpo delle lettere finisce per diventare il tuo corpo. La firma è il tuo corpo. Giuseppe D'Avanzo non era un uomo con i baffoni. Per noi che lo leggevamo si allungava dalla G iniziale alla O finale, racchiuso nell'eleganza del suo nome e cognome. Questo corpo, eco di idee, sentimenti e suoni, non morirà mai.
Ultima modifica: 31 Luglio 2011 ore 08:34
Buttare in politica e odio anche la morte di un uomo é davvero sconfortante.
Basta : smettetela !!!!!
Da panorama. «Vespa: Giudici contro. Il 5 Dicembre 2008 alle 17:34 nhico ha scritto: D’Avanzo, stamattina, su Repubblica scriveva che il 4 dicembre 2008 sarebbe stata una data storica per Berlusconi ed i berlusconiani, perché stava a testimoniare lo scatafascio del nostro sistema giudiziario. Da anni, la Carta Costituzionale è rosicchiata da un nugolo di magistrati fino a renderla illeggibile. Da anni, chi di loro si alza prima la mattina detta l’agenda della giornata e pretende che tutti gli altri si adeguino, con il beneplacito del CSM e dell’Anm. Ieri, invece, il più mattiniero di tutti è stato il Presidente Napolitano. Con molta probabilità, se si fosse svegliato per tempo dal suo sonno innaturale e avesse fatto sentire la sua voce istituzionale agli arruffati organismi del CSM e dell’ ANM, forse, un buon numero di deragliamenti si sarebbero potuti evitare. Ed ora non si troverebbe a percorrere un sentiero scivoloso e probabilmente anche un pochino fuori dell’ alveo costituzionale. Ma il giornalista della Repubblica D’Avanzo, anziché cercare di capire e spiegarsi per poi spiegare ai suoi elettori l’ anamnesi di un così insolito e altrettanto arruffato provvedimento, non trova di meglio che mettere in cattiva luce l’ attuale capo del governo. Che, da sempre, di questa magistratura dal sapore mafiosetto è stato una vittima.»
I nostri vecchi, i vecchi di questa nostra Isola cotta dal sole, dicevano che alla fine della corsa, quello che contraddistingue un galantuomo da uno che galantuomo non lo è mai stato, è un prima o un dopo. E il giudizio lo dà la gente nel momento stesso in cui per ciascuno di noi suona la campana: quando, apprendendo del trapasso sulle note di quei lenti rintocchi, con semplicità, dirà: doveva morire cent’anni prima o doveva morire cent’anni dopo. Parole sante. Che difficilmente non si possono condividere. Come difficilmente, per il giornalista Giuseppe D’avanzo, ci potrà essere qualcuno che non si unirà al coro di quelli che ripetono che doveva morire cent’anni dopo.
L’editoriale di Vespa.
Vespa: Giudici contro.
La cosa più straordinaria è che nessun grande quotidiano, salvo sporadici richiamini, ha sbattuto la notizia in prima pagina. Evidentemente le anomalie patologiche della magistratura italiana non fanno più un gran rumore. È scomparso in due giorni ogni accenno alla situazione giudiziaria napoletana: un assessore che prima si dimette e poi si uccide, il sindaco che parla del segreto istruttorio come del segreto di Pulcinella, i giornali che sanno di provvedimenti clamorosi in arrivo (il segreto di Pulcinella, appunto). Non possono ovviamente anticiparne i dettagli, ma lasciano intuire un terremoto. Vero? Falso? Chissà. Ma intanto sangue e fango si mescolano.
Arriva poi la seguente notizia: alle 8 del mattino di martedì 2 dicembre sei sostituti guidati dal procuratore della Repubblica di Salerno in persona circondano gli uffici della procura della Repubblica di Catanzaro e le abitazioni di alcuni alti magistrati con un centinaio di carabinieri e una ventina di poliziotti. Entrano, perquisiscono case e uffici fino a tarda sera. Destinatari dell’attenzione dei colleghi il procuratore capo di Catanzaro, il procuratore aggiunto, il procuratore generale reggente. Cioè tre persone al vertice della magistratura calabrese. L’accusa è pesantissima: concorso in corruzione in atti giudiziari per aver tolto a un loro notissimo e controverso collega, l’ex sostituto procuratore Luigi De Magistris, due inchieste importanti (Why not e Poseidone) «per smembrarle, disintegrarle e favorire alcuni indagati». Il capofila di questi indagati è Clemente Mastella, leader dell’Udeur e già ministro della Giustizia. Mastella, da Guardasigilli, aprì il procedimento disciplinare contro De Magistris che, con uno dei rari provvedimenti esemplari del Consiglio superiore della magistratura, fu trasferito di sede (Napoli) e di funzioni (è giudice al tribunale del riesame). Dopo aver avviato il procedimento, Mastella e il presidente del Consiglio Romano Prodi furono indagati da De Magistris. La procura di Salerno sta conducendo altre due inchieste: una sulla magistratura lucana e un’altra, assai più clamorosa, sul vice presidente del Consiglio superiore della Magistratura, Nicola Mancino (per presunti rapporti con l’uomo chiave di Why not, Antonio Saladino), il procuratore generale della Cassazione, Mauro Delli Priscoli (appena andato in pensione) e su Vito D’Ambrosio, per un decennio governatore delle Marche in quota Ds e ora sostituto procuratore generale della Cassazione e sostenitore in Consiglio dell’accusa nel procedimento a carico di De Magistris.
Noi ovviamente non conosciamo i confini tra la ragione e il torto, tra il lecito e l’illecito. Ma ci colpiscono due circostanze inquietanti. La prima: per una fatale coincidenza chiunque abbia dissentito in via giudiziaria o amministrativa da De Magistris si trova sotto inchiesta da parte di suoi colleghi. La seconda: non era mai accaduto nella storia italiana che un procuratore della Repubblica si presentasse a un altro procuratore della Repubblica accompagnato da un esercito di carabinieri finora impiegati soltanto per le grandi operazioni di criminalità organizzata.
A questo punto i cittadini sono autorizzati a sospettare di tutti: procuratori della Repubblica e procuratori generali, sostituti procuratori e vice presidente del Csm. Se i crociati di Salerno documentassero l’esistenza di una cupola mafiosa ai vertici della magistratura, sarebbero dei benemeriti. Ma se si fossero sbagliati? Chi ripagherebbe le istituzioni del fango di questi giorni? Chi verrebbe punito? Nessuno, probabilmente. E la credibilità del sistema giudiziario andrebbe definitivamente a picco.
• Bruno Vespa
• Venerdì 5 Dicembre 2008
Peppe D'Avanzo interpretava come nessun altro la funzione principale del giornalista: quella di "cane da guardia del potere". In un panorama giornalistico in cui abbondano i cagnolini da compagnia, noi italiani onesti siamo oggi più poveri e indifesi.
Condoglianze alla famiglia e al mio giornale.