Oggi ricordiamo alla nostra lacuna di emozioni e pensieri due uomini, Antonio e Stefano Maiorana, scomparsi in questo giorno. Qualcuno rammenta quanti anni siano passati? Non è facile. Viviamo nel tempo della smemoratezza che è peggio dei giorni dell'indifferenza. La seconda è una scelta dello sguardo che si posa sul dolore e decide - per calcolo e bisogno - di passare oltre. La prima, la smemoratezza, è un vizio del tutto inedito. Non è che non vogliamo coltivare la memoria, è che proprio non ci riusciamo. Il black out è una patologia. Balbettiamo alle prese con un turbine di facce, pesi e contrappesi, episodi e date. E non riusciamo a collocarli diligentemente nel puzzle della storia e della cronaca.
Chi sono, chi erano Antonio e Stefano Maiorana? Cosa ci dicono i lineamenti intrecciati di padre e di figlio? Erano buoni? Erano cattivi? Perché sono spariti in un nulla maligno che non li ha risputati fuori mai più? E come si chiamava il fratello di Stefano, il ragazzo spezzato che decise di lanciarsi da un balcone di via Arimondi a Palermo, per infrangere il suo strazio al suolo? E cosa aveva dentro Marco? Che tipo di oscurità l'ha assassinato?
Ricordiamo la sera del suicidio di Marco Maiorana, la luce pallida dei lampioni, lo sbigottimento dei giovani amici accorsi. Ricordiamo le ferite dei nonni, al funerale, due vecchietti avvolti nella stessa crisalide nera. Erano due e sembravano uno. L'amore li rinsaldava e li sosteneva, il male li appiccicava come un colloso sortilegio. Chi altri ricorda? La smemoratezza è la piaga apocalittica di Palermo, dei non morti che vagano per le sue strade appesi a uno straccio di coscienza. Tutto passa sulla pelle, dalla scomparsa dei Maiorana al feroce massacro dell'avvocato Fragalà. Tutto scava tunnel nel cuore. Tutto si rimargina nel nostro indistinto scordare. Non sentiamo niente. Non ci facciamo domande. Non cerchiamo, di conseguenza, troppi perché. E le risposte che non si trovano su wikipedia non esistono. Solo le anime trafitte, le ombre di coloro che conservano la memoria per necessità di cicatrice, sorpassano la smemoratezza con la testa alta. Ma non ci salveranno.
Ultima modifica: 03 Agosto 2011 ore 11:45
Sig. Puglisi, citando Giorgio Gaber le lascio uno stralcio di un testo che forse potrebbe confarsi bene a descrivere il suo stile giornalistico.
"Compagni giornalisti avete troppa sete
e non sapete approfittare delle libertà che avete,
avete ancora la libertà di pensare
ma quello non lo fate
e in cambio pretendete la libertà di scrivere,
e di fotografare immagini geniali e interessanti,
di presidenti solidali e di mamme piangenti.
E in questa Italia piena di sgomento
come siete coraggiosi, voi che vi buttate
senza tremare un momento:
cannibali, necrofili, deamicisiani e astuti,
e si direbbe proprio compiaciuti.
Voi vi buttate sul disastro umano
col gusto della lacrima in primo piano."
Cordiali Saluti
Ha ragione, meglio l'omertà e il silenzio. Cordiali saluti.
@Puglisi
No, assolutamente, la prego di non fraintendermi. Io mi riferivo puramente al suo modo di scrivere, non all'oggetto dell'articolo. E' una mia mancanza non averlo specificato, ma pensavo che si fosse capito. Sullo spirito conn cui si pone di fronte a questi eventi, contro l'omertà e contro il silenzio, e a grandi linee contro ogni forma di ingiustizia e privazione, non posso che trovarmi d'accordo con lei. E' il modo in cui presenta i suoi giusti principi che, a mio parere, non è molto giornalistico. Vorrei chiarire ulteriormente che la mia non era una critica all'oggetto dell'articolo e alle sue idee, solo al suo modo di scrivere.
Va bene, l'accetto. Cordiali saluti.