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Vi racconto la rivoluzione tunisina


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elezioni, tunisi, Cronaca
Ci sono voluti 55 anni di attesa per potere svolgere in Tunisia delle elezioni libere e con vero spirito democratico. È quanto il popolo tunisino ha dovuto attendere dal lontano 1956, data dell’indipendenza dalla Francia, per potere votare in piena libertà e senza alcuna restrizione.

C’è voluto più di mezzo secolo, un paio di presidenti - Bourghiba e Ben Ali - dalla condotta dittatoriale anche se accettata e ben vista dalla civile e democratica Europa, ed una rivoluzione rapida e compatta. Sembra passato tanto tempo, ma era solo il 17 dicembre scorso quando un giovane e disperato tunisino, Mohamed Bouazizi, di fronte all’ennesima violenza ricevuta dalla polizia locale, decide di darsi fuoco come ultimo ed estremo tentativo di manifestare il proprio dissenso e quello di tutta una generazione di giovani tunisini diplomati, condannati alla perenne disoccupazione da un governo troppo distratto e gestire gli interessi della famiglia al potere. Un gesto estremo che la città natale del giovane, Sidi Bouzid, ha presto convertito in un duro e perentorio movimento di protesta, che si è allargato rapidamente in tutto il paese, obbligando il 14 gennaio di quest’anno il presidente uscente Ben Ali a lasciare rapidamente ed in modo rocambolesco il paese ed a rifugiarsi in Arabia Saudita.

Una nuova era è da allora cominciata, con la corsa alla preparazione di nuove elezioni per la creazione di una Costituente, composta da 217 eletti tra più di 11.600 candidati in lista negli oltre 100 partiti per lo più nati dal nulla, grazie alla mobilizzazione di tutte le categorie civili, delle personalità più in vista e distanti dal vecchio regime, oltre che dai vecchi partiti di opposizione obbligati dal vecchio regime a rifugiarsi in esilio all’estero.

L’attuale governo di transizione, guidato dall’anziano Beji Caid Essebsi, fin dal post rivoluzione ha avuto la capacità di riportare la tranquillità nel paese, riaprire il dialogo con tutte le rappresentanze nazionali, ed organizzare un percorso deciso verso l’elezione della Costituente. Quest’ultima avrà il compito di riscrivere la Costituzione e la ridistribuzione dei poteri istituzionali, al fine di indire le prossime elezioni politiche.

La libertà finalmente ottenuta ha spinto i tunisini a intraprendere un percorso di partecipazione politica, se non altro commentato o discusso liberamente tra café e luoghi di lavoro, senza il timore di incappare nel controllo dei servizi. Di fatto una sensazione nuova e vissuta pienamente in tutto il paese. Tra i partiti più seguiti vi è Ennahdha (la brezza), che incarna il pensiero islamico più comune e che è additato nei sondaggi del maggior numero di preferenze. Una spada di Damocle che investe l’opinione pubblica da nord a sud. In effetti, quello del futuro ideologico della Tunisia è la vera scommessa di queste elezioni. L’eventuale consolidamento di un partito islamico già nella Costituente propone scenari futuri importanti. Poiché uno stato a guida islamica, tralasciando il superficiale giudizio degli usi e costumi lontani dai parametri occidentali, comporta una vera rivoluzione in materia economica, dando sempre più linfa all’economia di tipo islamico, che si fonda su principi all’apparenza diversi da quelli dei sistemi economici occidentali. Una vittoria islamica, e la conseguente divulgazione di un sistema economico islamico, potrebbe scatenare una reazione a catena negli altri paesi arabi oggi scenari di lotte rivoluzionarie come l’Egitto, la Libia, la Siria e lo Yemen. Il tutto di fronte ad un occidente impotente, in profonda crisi economica alla ricerca di una nuova identità, anche politica.

Un campanello d’allarme per tanti governi e sistemi di controllo finanziario del nostro continente, timorosi di perdere la leadership economica, oltre che politica. I risultati saranno pubblicati il lunedì sera, forse il martedì, a causa del perdurare fino a notte fonda delle operazioni di voto. Solo allora si saprà come la Tunisia interpreta il proprio futuro, e se questo influenzerà alla pari della sua Rivoluzione, anche altri paesi arabi.