Le firme

Live Sicilia

Da "I Love Sicilia"

L'assenza di Palermo


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Dove stai andando? Presenti un libro di Dacia Maraini ai Cantieri? Ai Cantieri navali? Ah, già, scusa, i Cantieri culturali. Ma che dici? Sono ancora aperti? Funzionano ancora?”.

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"Dove stai andando? Presenti un libro di Dacia Maraini ai Cantieri? Ai Cantieri navali? Ah, già, scusa, i Cantieri culturali. Ma che dici? Sono ancora aperti? Funzionano ancora?”. Avevo ricevuto l’invito della scrittrice di Bagheria a presentare con Emma Dante il suo famoso e fortunato romanzo “La lunga vita di Marianna Ucria” trasformato in audiolibro. Invito annotato distrattamente. Nel senso che la stima e l’amicizia per la Maraini non mi avevano fatto pensare al dove. Subito confermando la disponibilità, pronto a non mancare l’appuntamento. E quando mi era stato poi comunicato che l’incontro si sarebbe svolto ai Cantieri culturali, non mi era certo sorto il dubbio che fossero chiusi o aperti.

Ma improvvisamente, davanti a quella domanda formulata da un vicino di casa, un professionista incontrato casualmente mezz’ora prima dell’evento, addirittura accavallando Cantieri culturali e Cantieri navali, realizzavo che fra i dismessi capannoni industriali a due passi dal Castello della Zisa effettivamente non andavo da anni. Tre, quattro, forse di più. Mentre un lampo della memoria mi riportava al tempo in cui spesso la sera ci si ritrovava lì anche per un concerto o una festa, convention politiche, un film o una mostra. Ogni settimana un’occasione...

Così, in un terso pomeriggio dei primi d’ottobre, incamminandomi verso i Cantieri, senza la risposta all’inquieta questione involontariamente posta dal vicino di casa, mi chiedevo cosa avrei trovato. Intanto, certo di un dato. Né io né lui sapevamo più niente di questa location che, come accadde con i ruderi e la chiesa a cielo aperto dello Spasimo, era diventata tanti anni prima simbolo del riscatto di una Palermo decisa a non mollare, di un pezzo della città pronta a ribellarsi a se stessa, di una comunità desiderosa di vivere, mettere in mostra, proporre il meglio di sé.

Era il tempo in cui un’area dei Cantieri era diventata set per il cinema, con Roberta Torre che vi girava il suo primo divertente e incisivo lungometraggio. Poi, i convegni. Mostre e presentazioni di libri. Le feste. Sì, anche la festa di addio di Leoluca Orlando quando lasciò la poltrona di sindaco. Poi, l’inaugurazione della scuola di cinema... E poi, lento, inesorabile, il silenzio, il declino, la china. Una desolazione visibile fra sale convegno e teatri sprangati, gli infissi arrugginiti. Nonostante l’impegno di coraggiose sentinelle come i responsabili dell’Istituto Gramsci o del Goethe Institute, giusto per ricordare alcune delle attività che, come ho poi capito, hanno continuato a tenere viva l’attenzione di un purtroppo ristretto pugno di palermitani di tenace concetto.

Perché, al di là di un pregevole volontarismo di testardi utopisti, la storia degli ultimi anni è spesso segnata da una Palermo abbandonata. Con i suoi simboli. Come la Fiera del Mediterraneo. O come lo Spasimo. Offrendo a chi passa o a chi vive il cuore della città solo il casino e il karaoke di via dell’Orologio, di via Candelai o di piazza Magione. Il tutto fuori da ogni progetto. Anche da ogni sano progetto di movida, soffocati come siamo da un caos indistinto.

E che non esista una linea, un’idea di progetto culturale si è capito anche nei tre giorni in cui Dacia Maraini è rimasta a Palermo dividendosi fra il Villino Florio, Palazzo Sambuca e i Cantieri. La prima sera per ricordare l’opera del padre, Fosco Maraini. La seconda per presentare un libro sulla madre, Topazia Alliata. La terza per la trasposizione in audiolibro della storia di Marianna Ucria. Tre giorni messi in fila solo per caso. Con la Regione che il lunedì pensa a Fosco Maraini. Con l’editore del libro che il martedì presenta la storia della Alliata, straordinaria pittrice, affascinante nobildonna oggi novantenne. E con l’altra casa editrice lanciata il mercoledì nella promozione dell’audiolibro. Così, il caso a Palermo raccoglie e avvicina gli eventi. Senza nemmeno sapere cucire e raccontare quello che ha, rappresentandolo a volte in modo distratto, senza la capacità di fare diventare per esempio evento un’occasione come la “tre giorni” di cui si sono accorti a pezzi solo quanti sono si sono ritrovati nello splendore del Villino Florio senza sapere dell’incontro di Palazzo Sambuca e viceversa o dell’appuntamento dei Cantieri culturali.

Una conferma dell’“assenza” che sembra diventata il leitmotiv di una città popolata invece da platee colte, vivaci, propositive come è emerso davanti agli occhi della Maraini stessa, stupita che ogni invito ricevuto fosse totalmente sganciato dagli altri. E forse bisognerebbe ripartire da questi nuclei di “presenza” attiva purché non prevalga la rassegnazione e quella capacità di adattamento che porta a chiederci se i Cantieri sono ancora aperti, senza gridarlo in faccia a chi li fa morire.