Messina Denaro è un latitante amato e questo complica la sua ricerca, rendendola qualcosa di diverso. Magistrati e ufficiali del Ros non si nascondono. È lui il vero obiettivo dell'operazione che ha portato all'arresto di 11 persone della famiglia mafiosa di Campobello di Mazara. Perché, ricordano, la cosca indagata fa parte del mandamento di Castelvetrano, paese natale del latitante numero uno di Cosa nostra.
Si è voluto così “troncare i legami più stretti del latitante sul territorio che, però, riesce sempre a trovare linfa vitale” spiega il procuratore aggiunto alla Dda di Palermo, Teresa Principato. A rafforzare il suo dominio sono anche i “collegamenti con la borghesia” ma, soprattutto, “il largo consenso di cui gode – aggiunge ancora la Principato – quasi come una persona da imitare”. Questo è dovuto anche al particolare modo di intendere il suo ruolo. Messina Denaro, che in conferenza stampa tutti chiamano direttamente Matteo, “è un latitante che non si chiude alle persona. Ha avuto tante donne e anche figlio, che non va mai a trovare”.
A questi elementi si aggiungono anche “gli interessi milionari” come sottolinea il procuratore capo, Francesco Messineo (nella foto), “anche alla luce della condanna in primo grado di Salvatore Grigoli che gli indagati nelle intercettazioni chiamano 'il putìaro'”. Per il resto, aggiunge Messineo, “siamo di fronte a tutti gli elementi tipici di Cosa nostra: la discendenza padre-figlio alla guida della famiglia, sostegno economico alle famiglie dei detenuto, il rispetto dei più anziani in segno di riconoscenza”. Con la variante trapanese, quella dell'affarismo. “Non ci sono estorsioni – spiega Messineo – ma intrecci economici apparentemente leciti che, in realtà, servono al riciclaggio”. E c'è anche la capacità di investire in attività 'nuove'. Come l'olivicoltura, col sequestro di un'azienda del valore di 2 milioni di euro.
Un altro grande capitolo è quello della commistione fra mafia e politica, attraverso il voto di scambio. Il riferimento è, ovviamente, al sindaco di Campobello, Ciro Caravà, il primo cittadino che aveva fatto dell'antimafia la sua bandiera. “Tanto che la figlia di uno degli indagati – racconta Messineo – era scossa. 'Ma lui questo deve fare' è stata la risposta del padre, deve fare capire che è lontano da noi”. In definitiva un'azione “mirata su un territorio di interesse di Messina Denaro”. L'auspicio del procuratore Messineo è che “potrebbe contribuire a destabilizzare il contesto che continua a proteggerlo, anche grazie a una rete di insospettabili”.
Ultima modifica: 16 Dicembre 2011 ore 16:12
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