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Live Sicilia

"Possiamo cambiare Palermo"

Lunedì 02 Gennaio 2012 03:42

''La Palermo che sogniamo e che desideriamo passa dalla nostra determinazione interiore a renderla più bella, più accogliente, più onesta, più laboriosa''. E' un passo dell'omelia pronunciata, al municipio di Palermo, dal cardinale Paolo Romeo, durante la celebrazione eucaristica, nel suo consueto incontro di inizio anno con gli amministratori della città L'arcivescovo ha fatto riferimento alla Giornata della pace voluta dal Papa Paolo VI ed ha rivolto il suo pensiero ai giovani. ''L'augurio di riconciliazione e di solidarietà - ha aggiunto - scavalca la sfera dei rapporti strettamente personali e raggiunge gli estremi confini della terra. L'anno nuovo comincia proprio con l'impegno della pace. In particolare, il tema scelto da Papa Benedetto XVI per questo nuovo anno 2012 è 'Educare i giovani alla giustizia e alla pace'. I giovani vivono tanti aspetti con apprensione: Il desiderio di ricevere una formazione, la difficoltà a formare una famiglia e a trovare un posto stabile di lavoro, l'effettiva capacità di contribuire al mondo della politica, della cultura e dell'economia''.

Il cardinale ha citato l'esortazione del Papa Benedetto XVI ai genitori a non perdersi d'animo nonostante le difficoltà, ma che riconosce che in questo tempo di crisi l'istituzione familiare deve essere maggiormente tutelata. E a proposito della famiglia, Romeo ha rivolto ''un accorato appello perché tutte le istituzioni si adoperino responsabilmente per salvaguardare il carattere sacro e di insostituibile valore dell'unione fra un uomo e una donna''.
Ultima modifica: 02 Gennaio ore 08:36

 

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Commenti

  • 2012-01-02 13:24:13

    Rispettiamo tutte le opinioni, e difenderemo sempre il diritto di tutt* di esprimere la propria opinione, anche quelle di chi discrimina.
    Ma la Palermo che sogniamo è "più bella, più accogliente, più onesta, più laboriosa", come ha detto il cardinale, ma anche e sopratutto attenta ai bisogni di tutt* i cittadini, indipendentemente dal fatto che siano sposati o meno, che siano o meno eterosessuali. Una Città che accoglie e rispetta tutti e tutte, in cui sia assente "qualsiasi forma di discriminazione fondata, in particolare, sul sesso, la razza, il colore della pelle o l'origine etnica o sociale, le caratteristiche genetiche, la lingua, la religione o le convinzioni personali, le opinioni politiche o di qualsiasi altra natura, l'appartenenza ad una minoranza nazionale, il patrimonio, la nascita, la disabilità, l'età o l'orientamento sessuale", come recita l'articolo 21 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea.
    In altre parole la città che vorremmo è accogliente ed equa nei confronti di tutt*.

    Stupisce che sia proprio il Pastore dell'Arcidiocesi palermitana a fare simili dichiarazioni, Chiesa che nella sua pratica quotidiana si contraddistingue per la capacità di accogliere tutti, senza distinguo o preconcetti.
    E stupisce oltretutto che queste dichiarazioni vengano pronunciate in un luogo istituzionale, nello stesso Palazzo delle Aquile in cui il Consiglio comunale, coraggiosamente e con grande partecipazione trasversale nei ultimi 12 mesi ha deliberato per ben due volte contro le discriminazioni.

    Da parte nostra chiediamo con forza che gli amministratori del Comune, della Provincia, della Regione e dello Stato si battano e si impegnino per garantire a tutti la pienezza dei diritti di cittadinanza e la possibilità di vivere con dignità.
    Rivolgiamo in particolare un pensiero a quanti, proprio in questi giorni, vedono concretizzarsi il rischio di essere espulsi dal mondo del lavoro: speriamo che i gestori della cosa pubblica siano in grado di far fronte alle emergenze che derivano dalla crisi economica, e che nel farlo non discriminino tra persone sposate e non sposate.

  • 2012-01-02 15:06:19

    Accogliere non significa eliminare le differenze o il giudizio. Accogliere è riconoscere l'Altro come dato. L'Altro è quindi sorgente di diritti ma anche di doveri. Riconoscere anche che tali assunzioni sono nate dentro una specifica cultura che fonda nella "sacra famiglia" la struttura primaria della società è di fondamentale importanza.
    Tacciare chi difende questa cultura di discriminare è quanto meno curioso. Infatti, quando si staccano i "valori" dalla cultura che li ha generati nel tempo non si capisce né i "valori" nè la cultura.
    Riconquistare un corretto uso della Ragione è l'unica possibilità per la difesa dell'umano.

  • 2012-01-02 18:45:40

    Trascrivo da un articolo di Giacomo Samec Lodovici, pubblicato su: il TIMONE , mensile di informazione e formazione apologetica:


    “La famiglia è un fenomeno molto concreto, del quale tutti fanno esperienza. Questa verità evidente vale anche per coloro che, purtroppo, non hanno la fortuna di nascere in un contesto “normale”: l’orfano, il figlio di una donna single, oppure i figli di separati e divorziati, vengono definiti da un’assenza o da una carenza; cioè dall’assenza o dalla carenza della famiglia.

    La famiglia e alcuni suoi requisiti essenziali sono implicitamente assunti a norma, a regola generale che serve a definire l’eccezione, l’anomalia.
    Questa prima considerazione basta a mettere in risalto un punto fondamentale: la famiglia non è una teoria o una dottrina teologica; ma è un fatto coessenziale all’essere umano; ed un fatto che, in modo diverso, riguarda tutti”.

  • 2012-01-02 23:56:02

    In effetti gli ecclesiastici sono rinomati per la formazione che danno ai giovani.

  • 2012-01-03 07:01:12

    Per mia incorreggibile disattenzione ho attribuito il brano precedente a Samek. Non lui, ma Mario Palmaro è l'autore dell'articolo.

  • 2012-01-03 08:05:43

    Arcigay non perde occasione per essere polemica. Non accetta che qualcuno possa avere idee diverse dalle sue. Basta ricordare cosa abbiamo visto durante il gaypride a Palermo

  • 2012-01-03 08:39:42

    @giodiben,


    come darti torto?

  • 2012-01-03 09:31:09

    “In effetti gli ecclesiastici sono rinomati per la formazione che danno ai giovani”.

    Appunto, giodiben. Non è un caso se la società “in tutte, proprio tutte, le sue componenti” è paragonabile a un pullover smagliato insuturabile . Io sono ormai tra i pochi sopravvissuti educati in famiglia al senso del dovere, dell’economia, della morale; da genitori che avevano ricevuto dai preti la guida giusta per essere guida a loro volta. La domanda che mi pongo è: chi ha provveduto negli ultimi cinquant’anni (quelli della pancia piena, per intenderci) a formare uomini degni di essere genitori e cellule sane di una società?

  • 2012-01-03 11:06:04

    Le parole, come i costumi del resto, degli esponenti arcigayni sono ben note a tutti, il problema e se vogliamo la colpa è di chi da loro cassa di risonanza.

  • 2012-01-03 17:05:24

    La famiglia e il diritto

    La famiglia ha certamente anche un profilo molto “personale”, nel senso che fra le qualità intrinseche della famiglie vi è un elemento di riservatezza, di privatezza, di intimità. La vita familiare, intesa come comunità di affetti, originata dalla relazione amorosa dei coniugi e poi sviluppata nei rapporti con i figli, è innanzitutto una vita domestica, e in questo senso inadatta a essere proiettata verso l’esterno in maniera da violare la legittima dimensione domestica. In questo senso, il diritto – e quindi la longa manus dello Stato – non è lo strumento adatto a interferire con le relazioni interne alla vita familiare stessa, almeno fino a quando esse non diventino patologiche. La vita matrimoniale e familiare non nasce come forma di relazione contrattuale, perché una comunità d’amore non può vivere di diritti e di doveri, di ricorsi giudiziari e di sentenze, di avvocati e di codici. Questo per dire che normalmente il diritto si deve (o almeno si dovrebbe) fermare sulla soglia di casa, prendendo atto che mariti e mogli, padri e madri e figli sanno trovare un modus vivendi che prescinde dalla logica un po’ arida e rivendicativa delle pandette. Il padre si fa obbedire dai figli senza impugnare ogni volta il codice civile, e la buona moglie è fedele senza bisogno di compulsare ogni giorno un manuale di diritto di famiglia. (Segue)

  • 2012-01-03 19:47:42

    Dottor Roberto Puglisi,


    glielo chiedo cortesemente. Perché il sistema rifiuta un mio commento?

  • 2012-01-03 20:17:04

    Salve, non sappiamo perché rifiuti il suo commento, deve trattarsi di un problema tecnico. Riprovi. Grazie

    La redazione

  • 2012-01-03 21:37:22

    Questa dimensione legittimamente “riservata” della famiglia non deve però indurre in errore; non deve cioè legittimare alcuna anarchia giuridica, alcun silenzio ingiustificato del diritto e dello Stato in materia di matrimonio.
    La famiglia ha infatti una natura intima e domestica, ma allo stesso tempo essa costituisce un fenomeno di straordinaria rilevanza pubblica. È precisamente per questa rilevanza sociale, per questo nesso robustissimo con la categoria del bene comune, che la famiglia (e il matrimonio come atto cruciale) diventa oggetto delle doverose attenzioni del legislatore.
    Al punto che l’istituto giuridico del matrimonio è antichissimo, non nasce col cristianesimo ma lo precede, e interviene soprattutto per ratificare pubblicamente – disciplinandola – la promessa reciproca dei coniugi. (segue)

  • 2012-01-04 10:07:35

    Il matrimonio

    come fenomeno pubblico

    Se il matrimonio fosse “soltanto” il luogo dell’amore, inteso in tutte le sue giuste manifestazioni, in un certo senso il diritto e lo Stato potrebbero disinteressarsene. Infatti, lo Stato si disinteressa legittimamante di molti fenomeni nei quali l’amore c’è, ed è magari forte e autentico: pensiamo all’amicizia, per la quale non esiste alcun istituto giuridico di riferimento. Oppure pensiamo al fenomeno preliminare del matrimonio, che è l’innamoramento o, più solidamente, il fidanzamento. Quando un uomo e una donna si innamorano sperimentano un cambiamento della loro vita che è, per certi versi, più forte e più significativo del matrimonio stesso; e tuttavia, per l’ordinamento giuridico non succede nulla. La ragione è semplice; il diritto si interessa di quei comportamenti umani che si manifestano all’esterno dell’uomo, provocando delle conseguenze per la comunità.
    I moralisti chiamano questa categoria di atti “transeunti”, distinguendoli da quelli che sono invece immanenti al soggetto. Se un uomo pensa in cuor suo di svaligiare una banca, lo Stato non può intervenire; ma se organizza tutto il necessario per fare il “colpo”, o addirittura lo mette a segno, ecco che il diritto considera tutto questo un reato. Allo stesso modo, due innamorati sono un’ottima promessa di matrimonio, ma finchè non compiono atti idonei a manifestare pubblicamente e ufficialmente la loro volontà , il diritto li ignora.

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