• Condividilo su
  • Commenta
  • Stampa
Live Sicilia

Processo Mori

Ilardo, un caso "da scuola"

Venerdì 03 Febbraio 2012 18:46 di Andrea Cottone

Il caso Ilardo, il confidente infiltrato in Cosa nostra che voleva portare gli investigatori da Provenzano, era “da scuola”, insegnato agli allievi ufficiali come modello operativo. Un caso concreto su come si debba operare. Lo ha affermato in aula il maggiore Giovanni Sozzo, comandante del Ros di Catanzaro, al processo contro Mario Mori e Mauro Obinu per la mancata cattura di Bernardo Provenzano del 1995. Testimone chiamato dalla difesa dei due ufficiali, insieme al colonnello Umberto Sinico. Ambedue erano uomini al servizio di Mori.

Giovanni Sozzo è stato a Palermo dall'ottobre 1998 al settembre 2005. Sull'onda emotiva delle stragi del '92-'93 ha deciso di arruolarsi nell'Arma e far parte del Ros, la squadra che aveva catturato Riina. L'aveva sempre desiderato tanto da formarsi, parallelamente al regolare addestramento alla scuola ufficiali dell'Arma, sotto la guida di mani esperte come quelle di Sergio De Caprio, il capitano “ultimo”. Ore e ore a studiare carte, interrogatori, processi per focalizzare al meglio l'approccio alle indagini antimafia.

Fra queste “lezioni” c'è anche il caso di Gino Ilardo, nome in codice “Oriente”, il confidente che in continuo contatto col colonnello Michele Riccio, stava portando il Ros a mettere le mani sul latitante numero uno: Bernardo Provenzano. Così Sozzo ricostruisce il caso: “Una fonte confidenziale riferisce la notizia dell'incontro col latitante. Era stato convocato, si sapeva il luogo dell'appuntamento, un bivio. Per cui è stato predisposto un servizio di acquisizione di informazioni: le priorità erano la tutela della fonte e dell'obiettivo, ovvero il latitante. Tutti gli elementi forniti - la fonte sosteneva che forse si sarebbe incontrato col latitante - non erano abbastanza per pianificare un blitz. E quindi era meglio soprassedere che bruciare l'obiettivo. Un'occasione anche per vedere il contesto associativo. Il confidente poteva essere preso e portato lì, a poca distanza, oppure dall'altra parte dell'isola. Non lo sapevamo, non si potevano predisporre i mezzi. Quindi la conclusione è stata quella di lasciar fare l'incontro e fare attività informativa aspettando quindi il secondo incontro. Non si poteva intervenire alla cieca”.

“Prassi e insegnamento” continua a ripetere Sozzo, che parla di rapporti quasi giornalieri fra ufficiali e magistrati. Il pm Nino Di Matteo, nel controinterrogatorio, domanda se fra queste prassi ci fosse anche quella di non informare l'autorità giudiziaria di un evento importante come l'incontro fra la fonte e il latitante. Il testimone diventa rosso, ride nervosamente, si rivolge alla corte e dice: “Mi sta rimproverando”. La tensione diventa palpabile in aula, il pm chiede l'intervento del presidente, Mario Fontana, che invita Sozzo a non ridere. Tutto si conclude con le scuse dell'ufficiale che dice di non sapere se il dato sia stato o meno comunicato al magistrato ma spiega che “le attività legate alle fonti confidenziali non sono un dato investigativo obiettivo”. Sempre secondo la prassi insegnata a Sozzo, il pm chiede chi sia deputato a interfacciarsi col magistrato. “Il comandante del reparto, al massimo insieme all'ufficiale che cura il rapporto confidenziale”. Una sorta di autogol secondo l'accusa. Il presidente, infatti, fa presente che, per quanto emerso nel processo, nessuno ha dato notizia al magistrato titolare dell'inchiesta dell'avvenuto incontro fra Ilardo e Provenzano. Il testimone spiega che “spesso è meglio ritardare l'informazione che azzardare”. Il presidente chiede anche se si ravvisi un'indagine tardiva su Giovanni Napoli, l'uomo che aveva preso Ilardo al bivio portandolo da Provenzano, arrestato solo nel 1998. “Non ricordo”, risponde il testimone.

Prima ancora di Sozzo sul banco dei testimoni si è seduto il colonnello Umberto Sinico, che a Palermo ha svolto indagini nel periodo “caldissimo” degli anni '80 fino a essere trasferito per motivi di sicurezza nel 1992. Il suo nome, infatti, era nella lista delle persone a rischio, a fianco  di Paolo Borsellino. Ha parlato delle indagini che già nel 1983 (rapporto Gariffo Carmelo +14) avevano individuato il reticolo di società riconducibili a Provenzano e gestite da Vincenzo D'Amico e Pino Lipari. Di come l'intestazione dei rapporti antimafia, per motivi di sicurezza, fossero in capo a tale “nucleo operativo prima sezione” a copertura delle persone del nucleo anticrimine che erano i reali operatori, una tecnica sperimentata nella lotta al terrorismo. E ha parlato di quella informazione circostanziata che il maresciallo Antonino Lombardo aveva appreso da un colloquio investigativo in carcere: era arrivato l'esplosivo per Borsellino. Una notizia fatta recapitare immediatamente al magistrato che, nonostante tutto, ha deciso di andare avanti per la sua strada. E ricorda quell'ultimo incontro, quella “cena degli onesti” come l'avrebbe chiamata Borsellino in cui il magistrato ha incontrato gli uomini dell'Arma, prima di morire in via D'Amelio.

Un'informazione che è stata subito riportata “in una nota informativa a tutta l'Arma con al sintesi di quel colloquio”, ha precisato l'imputato Mauro Obinu, alla sua prima dichiarazione spontanea, dopo le numerose del suo collega Mori.
Ultima modifica: 03 Febbraio ore 18:57

 

  • Condividilo su
  • Commenta
  • Stampa

Commenti

  • 2012-02-03 20:25:14

    Scusate l' ignoranza ma questa testimonianza di Riccio è mai stata verificata? Con quale esito? Grazie

    "L' ufficiale ha parlato ancora di un presunto incontro
    romano. «Quando lo portai da Mori, Ilardo gli disse: in certi fatti la mafia non c' entra, la
    responsabilità è delle istituzioni e voi lo sapete. Io raggelai»."
    http://www.addiopizzo.org/public/il_colonnello_riccio.pdf

  • 2012-02-04 23:47:31

    Il problema è, che si è di fronte al successore del Capo dei capi,Totò Riina,ossia il Superlatitante Bernardo Provenzano.
    Quindi,quando,il confidente Gino Ilardo ha riconosciuto Provenzano,il cosiddetto " ritardato arresto" NON avrebbe condotto a nessun altro risultato, perchè ci troviamo di fronte alla "mente" - così li definiva i terroristi il Generale Dalla Chiesa - organizzativa di Cosa nostra.
    Avvisare immediatamente il Magistrato possessore dell'inchiesta, e vagliare con esso una successiva e definitiva operazione per catturarlo, sarebbe stata la cosa più coerente da fare.
    Non penso,che dopo gli attentati al Giudice Dottor.Giovanni Falcone e al Dottor.Paolo Borsellino,la cattura del Superboss Bernardo Provenzano fosse divenuta particolarmente prematura.
    Grazie...-

  • 2012-02-05 00:25:21

    Vorrei ricordare che il Capitano Sozzo ( siamo nell'anno di grazia 2004 ) fu quello che si occupo' di un filone delle indagini Ciancimino ( sottratto ai RoNO) che riguardava solo le eredi Brancato. Il riferimento è a quel gruppo societario : la famiglia Brancato mai toccato dalle indagini e anzi lasciato indistrurbato e libero di reinvestire il prezzo pagato dagli spagnoli della Gas natural alla famiglia Brancato. peccato che i Brancato erano coninvolti con Ciancimino Vito ne piu' e ne meno di quanto lo fosse il loro socio Lapis Gianni.almeno cosi' hanno deciso , ora, i PM. di Palermo che hanno richiesto il rinvio a giudizio per la vedova Brancato per la cointeressenza con Vito Ciancimino. Che bel personaggio questo Sozzo!!!

  • 2012-02-05 13:23:28

    Sig. Ferrero, lei trascura un piccolo dettaglio: i rapporti fra la Procura di palermo ed il ROS in quel periodo. Stiamo parlando del ROS che nel 92 aveva raccolto le ultime confidenze di Paolo Bosellino, alla vigilia della sua morte. Quelle confidenze noi oggi le conosciamo, fortunatamente, anche dalla testimonianza della moglie del magistrato. Ella conferma che Paolo Borsellino poco prima di morire gli aveva confessato di ritenere che la minaccia di morte incombente sulla sua persona, si stava concretizzando proprio negli uffici ove egli lavorava, e la signora Agnese usa esplicitamente la parola "colleghi". E dall'arresto di Totò Riina in poi, proprio nel periodo raccontato da Sozzo, nella procura di Palermo fu varata una guerra al ROS che si concretizzava in una serie di calunnie a danno dei militari, a partire dalle false e strumentali ricostruzioni dei rapporti fra De Donno e Siino, nelle falsità espresse in merito alle fughe di notizie sul dossier "Mafia e appalti", alle allucinanti accuse fondate principalmente sulle sciocchezze di mafiosi "pentiti", sulla vicenda riguardante il "covo" di Riina, alle calunnie costruite contro il maresciallo Lombardo ed il tenente Canale. Tutte sostanziali diffamazioni. Ed in quel clima, lei pretenderebbe di giudicare come "coerente" la scelta di quei militari di rilevare ai magistrati delicati dettagli investigativi "di trincea" relativi alla caccia a Provenzano, e soprattutto alla collaborazione di Ilardo? Le rammento che Ilardo morì pochi giorni dopo che la sua identità e soprattutto la sua statura di collaboratore ed il suo grado di conoscenza, furono rivelati ai magistrati. E questo dopo mesi di collaborazione sicura e proficua "sotto totale copertura" da parte del ROS.

  • 2012-02-05 16:17:53

    @ ANTINEA. "Vorrei ricordare che il Capitano Sozzo ( siamo nell’anno di grazia 2004 ) fu quello che si occupo’ di un filone delle indagini Ciancimino ( sottratto ai RoNO) che riguardava solo le eredi Brancato."

    Beh, dire che il Sozzo fu "quello che si occupò" di quel ramo d'inchiesta, credo sia un po' semplicistico e limitativo, per non dire distorsivo. Di quell'inchiesta, se non mi sbaglio, si occuparono il ROS (in una prima fase), la Polizia giudiziaria sia nell'aliquota carabinieri che soprattutto in quella della Guardia di Finanza valutaria, ma soprattutto se ne occuparono i magistrati Dr. Michele Prestipino, Dr. Lari, Dr. Pignatone, Dr.ssa Sava e D.ssa Buzzolani della DDA della Procura di Palermo (ben 5 magistrati).
    Evidentemente, tutti "bei personaggi", per allinearsi al suo commento.

    Inoltre, sempre se non sbaglio, quel ramo d'inchiesta prese corpo proprio grazie un'informativa del ROS, che segnalava ai magistrati alcune intercettazioni telefoniche rilevanti. Infine, sempre dalle cronache, risulta che il ROS, anche nella persona del Sozzo, condusse un drammatico interrogatorio della Sig.ra D'Anna-Brancato il 9 novembre 2004, alla presenza del legale della signora, avv.ssa Livreri, la quale racconta in un suo esposto che nel corso di quell'interrogatorio l'interrogata "veniva scortata sotto gli occhi della sottoscritta financo in bagno". Insomma, in quell'inchiesta il Sozzo dette solo il contributo che gli spettava, ed a quanto pare questo fu dato in positivo e senza sconti agli indagati. Insinuare oggi che l'esito di quell'inchiesta sia da imputarsi al solo Sozzo o comunque a "quel Sozzo", mi pare non solo eccessivo, ma anche non corrispondente ai fatti. Questo quanto meno in base ai documenti ed alle cronache di cui dispongo. Se poi c'è altro, bisognerebbe specificarlo anche per chi come me non ne è a conoscenza.

Commenta anche tu la notizia

* Campi obbligatori

Tutti gli utenti possono manifestare il proprio pensiero nelle varie sezioni del giornale LiveSicilia.it.
Ferma restando la piena libertà di ognuno di esprimere la propria opinione su fatti che possano interessare la collettività o sugli argomenti specifici da noi proposti, i contributi non dovranno in alcun caso essere in contrasto con norme di legge, con la morale corrente e con il buon gusto.

Ad esempio, i commenti e i nickname non dovranno contenere:

  • espressioni volgari o scurrili
  • offese razziali o verso qualsiasi credo o sentimento religioso o abitudine sessuale
  • esaltazioni o istigazioni alla violenza o richiami a ideologie totalitarie ecc.

I contributi che risulteranno in contrasto con i principi esposti nel Disclaimer non verranno pubblicati. Si raccomanda di rispettare la netiquette.