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Cca, ddà, ddocu da I love Sicilia in edicola

Caduti nella rete... di Facebook

Martedì 06 Marzo 2012 - 13:27
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Una nota di agenzia, ripresa da alcuni quotidiani, attira l’interesse del semiologo sempre al lavoro. Sembra che un giovane di Taormina, condannato come spacciatore e latitante da alcuni anni, sia stato individuato dalla polizia e conseguentemente arrestato grazie a una foto che aveva pubblicato su Facebook. S’era rifugiato a Londra, dove viveva indisturbato facendo il cameriere in un pub. Nel suo profilo del social network, non senza ironia, aveva dichiarato di essere residente ad Alcatraz, e per lungo tempo era riuscito a non lasciar traccia di sé sfuggendo agli investigatori. Ma a un certo punto, non si sa se preso dalla vanità o rassicurato dal tempo che passava spensieratamente, ha condiviso con i suoi amici virtuali una fotografia che lo ritrae nientepopodimeno che con Barack Obama o, meglio, con la statua di cera del presidente Usa che sta nel celebre museo delle cere londinese. A quel punto hanno avuto gioco facile i detective dell’Interpol a rintracciarlo e rimandarlo in Italia con le classiche pive nel sacco.

La notizia potrebbe stare in questo stesso giornale alla rubrica “picchì, chi è?”. La proponiamo in questa pagina perché può essere anche letta come una nuova messinscena del teatrino, al tempo stesso spaziale e sociale, che questa rubrica prova a raccontare. Ed ecco al solito, da una parte, la Sicilia (ccà), luogo intimo dal quale prontamente fuggire; dall’altra Londra, spazio distante nel quale furbescamente nascondersi (ddà). A metà strada, questa volta, una località non più fisica ma virtuale, immateriale eppure geografica qual è Facebook. Che è stata interpretata dal ragazzo come rifugio lontano e perciò sicuro (ossia come una sorta di nuovo ddà), Mentre in realtà è vissuta dal mondo intero, a iniziare dai segugi della polizia, come spazio non intimo va comunque vicino, e dunque prossimo alla galera (ddocu).

L’insegnamento implicito in questa storiella è presto detto. In un’epoca fantasiosa e liquida qual è la nostra, la cosiddetta società in rete gioca brutti scherzi: crediamo di trovare in essa un cantuccio nascosto mentre stiamo palesemente in vetrina. Una vetrina che non separa più l’interno di un negozio dall’esterno di un marciapiede. Pone semmai la nostra misera morale personale al cospetto dell’etica comune. Finché ce ne sarà una.
Ultima modifica: 06 Marzo 2012 ore 13:34



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