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Falcone, l'insopportabile

Domenica 27 Maggio 2012 - 09:35
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Dal nuovo numero di "S" pubblichiamo la rubrica "Il venditore di pensieri", di Aldo Sarullo, dedicata a Giovanni Falcone e alla sua capacità di andare controcorrente.

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Dà più fastidio da morto che da vivo. E non sono bastati vent'anni di commemorazioni per seppellire definitivamente Giovanni Falcone. Ma accostarsi a questo tema punge molte sensibilità. Tutti, comunque, invochiamo onestà intellettuale, requisito che non deriva soltanto dall'essere onesti, ma dal sapersi mettere in dubbio almeno quando gli altri ci mettono in dubbio. Tra i non onesti i più sconquassati sono gli "alloristi" e cioè coloro che per contrastare le ragioni altrui ben motivate ricorrono ad un argomento simile: "Allora perché non parliamo di quando..." e giù un altro scenario, come se quest'ultimo potesse vanificare il precedente. Gli "alloristi" più che intellettualmente disonesti sono mentalmente insipidi.


Insopportabile, Falcone, lo era prima della morte certamente per Cosa nostra, ma anche per qualche collega, per qualche politico e verosimilmente anche per qualche progetto di eterogenea natura. Dopo il 23 maggio 1992, però, è divenuto più insopportabile. La morte, infatti ha reso le contestazioni che subì da vivo più odiose, appesantendo, così, la posizione dei contrappositori di Falcone. La sua statura, che da vivo era carismatica nel mondo, è divenuta sacra nel mondo e di recente, sull'argomento, il capo della Dna Piero Grasso ha affermato che “Falcone suscitava tanta invidia perché essendo un fuoriclasse metteva in luce la mediocrità degli altri”. Ebbene oggi Falcone è più insopportabile per la medesima ragione, perché è un simbolo a cui alcuni mirano d'essere accomunati, ma con scarsa fortuna. Insopportabile per Cosa nostra, lo è stato e lo è anche da morto: essa, infatti, verosimilmente aspettava un utile da incassare da chi l'affiancò alla condanna a morte, ma dovette invece assoggettarsi alle conseguenze dell 'errore commesso (avere ucciso Falcone e Borsellino in 57 giorni) quando dovette fare i conti con la conseguente rivoluzione delle coscienze che vanificò per sempre il favore ambientale di cui la mafia godeva (oltre che per il presumibile mancato incasso del saldo delle proprie "spettanze"). E ancora: Falcone è insopportabile perché sono macigni le sue parole che sostengono l'utilità della separazione delle carriere dei pubblici ministeri da quelle dei giudici e dell'attribuzione alle istituzioni politiche del potere di decidere le priorità dell'azione penale. Dal Falcone che interviene sui temi interni alla magistratura mi avrebbe interessato sapere, ma ovviamente soltanto lui avrebbe potuto rispondere, come avrebbe giudicato la proposta di attivazione dell'azione civile (già approvata da un referendum popolare) nei confronti dei magistrati gravemente colpevoli. Non si capisce, infatti, l'attuale avversione di molti di essi che rifiutano l'ipotesi di esporsi al giudizio sul loro operato da parte di loro colleghi. E non si capisce perché se il cittadino deve fidarsi del magistrato quest'ultimo non debba fidarsi di un proprio collega e, invece, possa sentirsi “intimidito” dal rischio d'essere giudicato. E ancora: insopportabile, Falcone, perché s'è tornato a parlare di nuovi complici nella strage di Capaci. Complici non organici a Cosa nostra, ma, come ormai tutti sostengono per la strage di via D'Amelio, di altri ambienti, anche istituzionali. Almeno la “partita” Falcone era considerata chiusa con la sentenza definitiva e ciò aveva tranquillizzato chi poteva temere d'essere coinvolto. Invece, come certamente quella che riguarda Paolo Borsellino e la sua scorta, sembra che definitiva non lo sia. Accomunati anche nel faticoso accertamento della Verità che li riguarda. All'esemplificativo elenco delle “insopportabilità” di Giovanni Falcone rischia di aggiungersene almeno un'altra e in danno del popolo italiano: quella di nuove sentenze (sui responsabili delle due stragi) scaturite dalla stanchezza d'attendere. Su via D'Amelio le nuove indagini sono avviate da tempo e su Capaci vi è rinnovata attenzione. Ebbene, il popolo italiano in nome del quale poi verranno pronunziate non ha fretta, pretende il campo sgombro da dubbi o, almeno, da accertamenti incompleti. A partire dall'indagine (archiviata il giorno seguente alla morte di Borsellino) denominata Mafia e Appalti e dalla indagine dai lineamenti attualmente timidi relativa alle centinaia di detenuti affrancati, in silenzio, dal 41 bis. Le Procure non sapevano? La Commissione antimafia non sapeva? Fingere ancora d'avere fatto giustizia non sarebbe intellettualmente onesto, sarebbe insopportabile.



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