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La scorciatoia del sospetto

Mercoledì 20 Giugno 2012 - 12:02
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La cosiddetta trattativa. E sullo sfondo la società calda e la società fredda. Le emozioni e la razionalità. A chi rispondono i giudici? Giuseppe Sottile ci ragiona su dalle colonne del "Foglio".

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Da un lato c’è la società fredda, quella della logica e dello stato di diritto, che non si discosta dalle regole e parla anche quando ragioni di quieto vivere o di opportunità politica consiglierebbero un salutare e igienico silenzio. Dall’altro lato c’è la società calda, quella delle emozioni, che non vuole mai dimenticare né il dolore né il sangue versato dalle vittime della mafia e legittimamente chiede giustizia e verità, costi quel che costi e che spesso, anche senza saperlo, rischia di sostenere e incoraggiare quei magistrati che ipotizzano le inchieste più estreme, le ipotesi più azzardate, i complotti più inverosimili. Si prenda la strage di Capaci, nella quale fu massacrato Giovanni Falcone: il processo, dopo indagini tanto faticose quanto meticolose, arrivò a identificare e a condannare sia i mandanti che gli esecutori. Ma quella verità, accertata a tutti i livelli della giurisdizione, alla società delle emozioni non è bastata e, puntualmente, altri magistrati hanno riaperto fascicoli e dossier per ricercare i mandanti occulti. Con il paradosso che, se c’erano mandanti occulti, quelli accertati dai processi erano mandanti fasulli o, Dio ce ne scampi, innocenti.

Bene. A quale società risponde l’inchiesta di Antonio Ingroia, procuratore aggiunto di Palermo, sulla cosiddetta trattativa tra mafia e stato; o, meglio, tra alcuni boss agli ordini del sanguinario Totò Riina, capo dei corleonesi, e alcuni uomini delle istituzioni, primo fra tutti quel generale Mario Mori, che un anno dopo, siamo nel 1993, ebbe la straordinaria benemerenza di arrestare proprio Riina? La società fredda, quella delle regole e dello stato di diritto, rinnega per intero quella inchiesta. Hanno cominciato i magistrati di Caltanissetta, che indagano ancora una volta sulla strage di via D’Amelio, dove furono massacrati Paolo Borsellino e la sua scorta. Nei giorni in cui la procura di Palermo definiva Massimo Ciancimino, una “icona dell’antimafia”, loro hanno dichiarato pubblicamente la totale e assoluta inattendibilità del giovane erede di don Vito e arrivarono addirittura a incriminarlo per associazione mafiosa. Di fatto privavano l’inchiesta sulla trattativa del testimone più importante, quello che i pm palermitani si erano costruiti in tre anni, dando anche la possibilità al “pataccaro” – trovato con le mani nella marmellata per via del falso documento costruito in maniera maldestra per incastrare l’ex capo della polizia, Gianni De Gennaro – di sermoneggiare non solo nelle aule di giustizia ma anche e soprattutto negli studi televisivi. Caduto Massimuccio, alla procura di Palermo è rimasto nelle mani un processo senza prove e senza testimoni. Ma soprattutto senza movente. Esiste il reato di trattativa? La società fredda, quella dei codici e della ragionevolezza, ha risposto anche a questo interrogativo. Il professore Giovanni Fiandaca, uno dei maggiori penalisti italiani, che è stato anche membro del Csm su indicazione del Pd, ha sottolineato l’impossibilità “già in astratto” di contestare ai vertici delle istituzioni “di avere discrezionalmente deciso di alleggerire l’applicazione concreta di misure antimafia per evitare altre stragi da parte dei corleonesi”. Una stroncatura inesorabile. Alla quale si è aggiunta la considerazione di Giovanni Pellegrino, ex senatore del Pd e per anni presidente della commissione parlamentare Stragi. “Cesare – ha spiegato – accettò la trattativa con i pirati che lo avevano rapito, ma il pagamento del riscatto non gli impedì successivamente di catturarli e di tagliare loro la testa”. Pellegrino, nel suo commento sull’Unità, porta il ragionamento sulla tonalità più alta e si chiede: “Quante probabilità effettive sussistono che l’indagine palermitana, a valle dei tre gradi di giudizio, si concluda con giudicati di condanna?”.

Domanda insinuante: in altri sistemi accusatori – spiega – i titolari delle inchieste sono tenuti, “per dovere istituzionale”, a domandarsi “quali siano i costi finanziari dell’indagine e del successivo giudizio”. In altre parole, è mai possibile che nessuno, in Italia, paghi il conto di inchieste tanto inutili quanto costose? L’interrogativo, probabilmente, se l’è posto il procuratore capo di Palermo, Francesco Messineo, che ha deciso di non apporre la propria firma in calce al documento di chiusura indagine stilato da Ingroia e da altri tre sostituti. Documento che tira dentro, per i reati più disparati, come la falsa testimonianza, uomini politici di diverso peso e colore: dall’ex ministro dell’Interno, Nicola Mancino, all’ex ministro della Giustizia, Giovanni Conso, divenuti compagni di sventura sia dell’immancabile Marcello Dell’Utri sia di Calogero Mannino, non certo felicissimo, dopo un processo durato quattordici anni e conclusosi con l’assoluzione, di tornare nel tritacarne di un’inchiesta giudiziaria per mafia.

La coroncina di avvisi di garanzia costruita attorno al reato principale che non c’è – perché non ci sono prove, non c’è movente; e perché non esiste nemmeno la fattispecie – ha provocato reazioni che probabilmente Ingroia non si aspettava. Non si aspettava, per esempio, che il quarto sostituto, Paolo Guido, ritenesse fuori luogo il coinvolgimento di persone che, vent’anni dopo i fatti messi insieme dalla procura, avessero ricordi sbiaditi o contrastanti. E non si aspettava nemmeno che l’attacco all’ex ministro Conso, oltre alla critica di Guido, che comunque non ha firmato il documento, suscitasse anche le aspre critiche di due padri nobili di Magistratura Democratica, la corrente di sinistra in seno all’Anm, della quale fa parte lo stesso Ingroia. Nello Rossi e Giuseppe Cascini, stavolta, si sono schierati dalla parte della società fredda, quella del diritto, e hanno declamato pubblicamente quel principio secondo il quale non si possono celebrare processi senza prove. Un’ovvietà, verrebbe da dire. Ma è bastata questa banalissima osservazione per spaccare la corrente delle cosiddette “toghe rosse” tra chi riconosce la validità della critica mossa da Rossi e Cascini e chi invece vede, dietro la loro presa di posizione, l’ennesima, sporca manovra dei poteri forti, ovviamente interessati a fermare la spada di fuoco con la quale Ingroia vuole scoperchiare le magagne di un potere politico nato da un patto criminale tra la mafia e i settori deviati delle istituzioni; un comodo eufemismo, quest’ultimo, per indicare generali felloni, poliziotti traditori e ministri complici delle cosche.

Ma Ingroia sapeva di avere l’asso nella manica. Bastava pubblicare le intercettazioni dei colloqui telefonici tra il testimone Mancino e Loris D’Ambrosio, consigliere di Giorgio Napolitano al Quirinale, per chiamare alle armi la società calda, quella fatta di emozioni, e tacciare indirettamente come fiancheggiatore dei complottisti chiunque mettesse in discussione la fondatezza della sua inchiesta.
La società calda, del resto, per certi magistrati è una risorsa e, al tempo stesso, uno strumento di pressione. Quale organo di sorveglianza, quale commissione parlamentare, quale plenum del Csm, avrà mai l’ardire di schierarsi, nel divampare della polemica, con Napolitano o con Mancino o con Conso? Quale procuratore della Cassazione si azzarderà più a chiedere spiegazioni a una procura sul mancato coordinamento di una indagine sapendo che un pm di Palermo, può intercettare le sue telefonate, e criminalizzare ogni sua frase, anche quella suggerita da una cortesia di facciata? La società calda, quella che si appella al sangue versato dalle vittime di mafia, pretende sempre e comunque una verità, “anche se verità storica e verità giudiziaria”, annota Pellegrino, “non sempre coincidono”. Vuole che i pubblici ministeri non abbiano limiti di sorta con la conseguenza che più un’indagine promette di scardinare santuari e più il pm che la conduce viene considerato sacro e intoccabile.


La polemica accesa sul Quirinale sta lì a dimostrarlo. Qualche giorno prima, dubbi e riserve sull’inchiesta di Palermo si moltiplicavano con ritmo esponenziale. Dopo la pubblicazione delle intercettazioni e le relative palate di fango su attori e comprimari interpellati da un testimone che credeva comunque di subire un torto e di essere oggetto di un inspiegabile accanimento, una certa cautela è tornata a serpeggiare anche tra chi, per formazione, dovrebbe appartenere alla società fredda, quella della ragionevolezza e del diritto. Si prenda l’articolo pubblicato ieri sulla Stampa da Carlo Federico Grosso, giurista insigne e di cultura notoriamente progressista. Spiega in maniera magistrale che la lettera inviata da Napolitano al procuratore generale della Cassazione è “più che legittima” perché nei fatti, ha sollecitato l’organo di sorveglianza “ad esercitare con tempestività ed efficienza i suoi poteri di controllo in una maniera particolarmente incandescente quali sono le indagini sulla trattativa mafia-stato”. E chiude affermando che nulla nella lettera,”fa lontanamente pensare che essa tendesse a salvare in qualche modo i politici”.

Il professore Carlo Federico Grosso, che pure ha difeso da par suo l’iniziativa di Napolitano, poteva anche andare un pelino più in là. Poteva spiegare, per esempio, quale norma dà il potere a un pm di intercettare un testimone. Rispondendo a una domanda di Repubblica, Ingroia ha detto che il suo ufficio “aveva il sospetto” che i testimoni eccellenti potessero concordare le versioni. Ma – ecco la domanda alla quale il professore Grosso avrebbe potuto dare una dotta risposta – può bastare un semplice sospetto per mettere sotto controllo il telefono di un cittadino non ancora incriminato per uno specifico reato? E possono mai essere pubblicate le intercettazioni che, come nel caso di Mancino, non accertano il reato di cui al sospetto, cioè la combine tra più testimoni, ma servono solo a sputtanare uomini e istituzioni che non hanno nulla a che vedere con il processo di Palermo? La cultura del sospetto – si chiamava così ai tempi di padre Pintacuda, padre spirituale di Leoluca Orlando negli anni dell’antimafia chiodata – è un’arma micidiale, fatta apposta per costruire una giustizia sostanziale, senza confini e senza regole. La società calda, quella fatta di emozioni e di giornali che traccheggiano con le emozioni, spesso coltiva l’illusione che la cultura del sospetto possa rappresentare un utile strumento, se non una scorciatoia, per conquistare comunque una verità. Ma la società fredda, quella di Carlo Federico Grosso, avrebbe dovuto dirci che invece è uno strumento di inciviltà e un pericolo per la democrazia. Se ce l’avesse detto avrebbe difeso non solo Napolitano ma anche tutti noi.

 

 

 

 
Ultima modifica: 10 Luglio 2012 ore 12:30



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