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La Trattativa - 7

Le bombe smettono di esplodere
e Cosa nostra si inabissa

Martedì 26 Giugno 2012 - 19:40
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Il fallito attentato all'Olimpico di Roma e il presunto accordo politico grazie al quale cessano le stragi. Con l'arresto di Brusca e Bagarella, Cosa nostra è saldamente nelle mani di Bernardo Provenzano (nella foto) e comincia il periodo di inabissamento.

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Doveva essere una strage, l’ennesima e la più distruttiva di tutte. Ma il 6 febbraio del 1994 qualcosa nel telecomando che doveva provocare la morte non funzionò. Gaspare Spatuzza pigiò il pulsante più di una volta, ma non successe niente. Quella Lancia Thema imbottita con 120 chili di esplosivo rimase parcheggiata in via dei Gladiatori, a Roma, senza esplodere. E lì vicino, la gente che usciva dallo stadio Olimpico si salvò, inconsapevolmente, la vita. Si giocava Roma – Milan , partita di cartello, e a morire dovevano essere soprattutto i carabinieri del servizio d’ordine. “Mi dissero di fare una cosa spettacolare, allora oltre all’esplosivo ho riempito la macchina di tondini di ferro: una cosa che neanche i talebani” racconta oggi Spatuzza, che organizzò l’attentato su ordine del suo capo, il boss di Brancaccio, Giuseppe Graviano. “Mi disse che era meglio se ci portavamo un po’ di morti dietro, che quei morti servivano a dare una smossa e tutti quanti, compresi i detenuti, avrebbero avuto dei benefici” ha raccontato sempre Spatuzza ai magistrati, aggiungendo che “in un bar di via Veneto, Graviano mi disse anche che l’attentato avevamo la copertura politica del nostro compaesano”.

Per gli inquirenti, “il compaesano” è Marcello Dell’Utri, che oggi risulta indagato nell’inchiesta sulla trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa Nostra. “Graviano – racconta sempre Spatuzza - non mi disse se il compaesano fosse Dell’Utri, mi disse però che grazie a loro avevamo il paese nelle mani e mi fece il nome di Berlusconi. Io chiesi se fosse quello di Canale 5 e lui rispose di si”. Il 27 febbraio però i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano vengono arrestati a Milano. Un mese dopo Forza Italia vince a sorpresa le elezioni politiche e Silvio Berlusconi diventa presidente del Consiglio. Dopo l’arresto dei principali boss dell’ala stragista (Bagarella, Brusca) Cosa Nostra esce piano piano dalle agende dei partiti politici. Cessano le stragi, le violenze eclatanti, e per l’opinione pubblica la mafia è data per sconfitta. Solo di tanto in tanto si fa cenno all’ultimo capo, Bernardo Provenzano, che a tratti viene dato addirittura per morto.

Binnu però è vivo e vegeto. È riuscito a inabissare Cosa Nostra, a farla uscire dalle prime pagine dei giornali e a portarla sullo sfondo dei problemi sociali del Paese. Da lì la amministra, vietando severamente le uccisioni efferate e puntando soprattutto a fare buoni affari. Questo e molto altro racconta il boss catanese Luigi Ilardo, che è diventato confidente del colonnello dei carabinieri Michele Riccio. Ilardo vuole diventare un  collaboratore di giustizia, prima però accetta di fare l’infiltrato per i carabinieri. Un inedito ruolo di talpa dentro Cosa nostra che è fruttuoso: Ilardo infatti fa arrestare decine di mafiosi. Poi guida i carabinieri da Provenzano, che deve incontrare il 31 ottobre 1995 nei pressi di Mezzojuso in provincia di Palermo. Riccio si precipita in Sicilia e cerca di organizzare con i vertici del Ros, Mario Mori e Mauro Obinu, la maxi retata per arrestare il capo di Cosa Nostra.



Solo che Mori e Obinu sono scettici: per loro è più utile fermarsi ad osservare da lontano l’incontro tra Riccio e Provenzano e poi arrestare il boss in un seconda occasione. Solo che quella seconda chance non ci sarà mai. Ilardo infatti viene assassinato 10 maggio del 1996, pochi giorni prima di diventare collaboratore di giustizia ed iniziare a verbalizzare le prime rivelazioni davanti ai magistrati.

Nel frattempo, il primo agosto del 1996 (in piena estate), i senatori Cirami, Bruno Napoli, Nava e Tarolli propongono un disegno di legge per istituire la figura di pentito-dissociato. È lo stesso beneficio concesso a suo tempo alle Brigate Rosse: per i mafiosi detenuti basterebbe quindi dissociarsi (a parole) da Cosa nostra, senza accusare nessuno, e avranno sconti di pena. Il disegno di legge (proposto durante il governo presieduto di centro sinistra da Romano Prodi con Piero Fassino ministro della Giustizia) alla fine non passa: in pochi lo sanno ancora, ma la dissociazione per i mafiosi era uno dei punti cardine del papello.
Ultima modifica: 27 Giugno 2012 ore 17:25



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