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Processo all'ex ministro, la requisitoria

"Romano come Cuffaro"
Il pm chiede otto anni

Martedì 03 Luglio 2012 - 13:12
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Processo, col rito abbreviato, per Saverio Romano accusato di concorso esterno all'associazione mafiosa. Il pm chiede otto anni.

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Otto anni di carcere. È la pena chiesta dalla procura di Palermo per l' ex ministro dell'agricoltura Saverio Romano, accusato di concorso esterno a Cosa Nostra. "È stato instaurato un patto politico elettorale mafioso tra Salvatore Cuffaro, l'onorevole Saverio Romano e la parte predominante di Cosa Nostra che faceva capo a Bernardo Provenzano" ha detto il pm Nino Di Matteo durante la sua lunga requisitoria, pronunciata stamattina davanti al gup Ferdinando Sestito. L'esponente dei Popolari d'Italia Domani ha infatti scelto di farsi processare con il rito abbreviato.

Secondo l'accusa, Romano avrebbe intrattenuto durante gli anni "rapporti continuativi con esponenti di spicco di Cosa Nostra per accrescere il proprio ruolo di potere". La condotta dell'ex ministro è stata più volte descritta come collegata e parallela a quella dell'ex governatore della Sicilia, Salvatore Cuffaro, che sta scontando sette anni di carcere per favoreggiamento a Cosa Nostra. "Cuffaro e Romano - ha spiegato il pm Di Matteo- hanno condiviso le stesse clientele mafiose. Esiste un patto tra politica e mafia, un patto giá accertato dalle sentenze definitive che condannano Cuffaro, un patto a cui ha partecipato anche Romano". Secondo la ricostruzione della procura, Cosa Nostra avrebbe garantito un appoggio elettorale continuato a Romano, che in cambio si sarebbe attivato per agevolare la stessa organizzazione criminale. "Il patto politico mafioso elettorale - ha continuato Di Matteo - ha raggiunto il suo apice nel 2001, quando Romano venne eletto alla Camera dei Deputati mentre Cuffaro divenne presidente della Regione". L'origine dei contatti di Romano con esponenti di Cosa Nostra risale invece, sempre secondo l'accusa, addirittura al 1991, quando Romano, all'epoca appena ventisettenne, si recò insieme a Cuffaro da Angelo Siino per chiedere sostegno elettorale. Siino, pilota di rally e consigliere comunale a San Cipirrello, era il regista del sistema regionale degli appalti truccati in nome e per conto della mafia, tanto da meritarsi l'appellativo di "ministro dei lavori pubblici di Cosa Nostra". Le dichiarazioni di Siino, che oggi è un collaboratore di giustizia, sono state a più riprese citate dall' accusa, che ha sottolineato anche come "Romano non poteva non sapere chi fosse Siino, si recó da lui proprio perchè era a conoscenza della sua rilevanza all'interno di Cosa Nostra: in caso contrario perchè un deputato regionale e un consigliere provinciale, quali erano all' epoca Cuffaro e Romano avrebbero dovuto chiedere voti ad un consigliere comunale di un paese così piccolo come san Cipirrello?".

Per i pm la prova della continuità dei rapporti tra Cosa Nostra e Romano consisterebbe anche nella candidatura di Domenico Miceli e di Giuseppe Acanto alle elezioni regionali del 2001, dieci anni dopo l'incontro con Siino. Miceli infatti era stato voluto dal boss di Brancaccio Giuseppe Guttadauro e all'epoca il segretario regionale del Cdu (che quindi aveva un ruolo importante nella elaborazione delle liste) era proprio Romano. La candidatura di Acanto nella lista del Biancofiore sarebbe invece stata richiesta espressamente dal boss di Villabate Nino Mandalà. "La candidatura di Miceli è l' asse portante dei processi a Cuffaro, Aiello e Borzacchelli : è una delle rate che Romano pagó a Cosa Nostra" ha detto il pm, che ha posto l' accento su come "Romano volesse incontrare Guttadauro, sapendo benissimo quale fosse la caratura criminale del Guttadauro, che aveva già scontato una pena definitiva per associazione mafiosa".

Altra importante fonte di prova esibita dall'accusa è stata la testimonianza di Francesco Campanella, ex presidente del consiglio comunale di Villabate, passato alla storia per aver fornito la carta d'identità falsa che Bernardo Provenzano utilizzó nel suo viaggio a Marsiglia. Campanella raccontó ai magistrati del famoso pranzo a Campo dei Fiori nel 2001, poco prime delle elezioni in cui lui appoggiava Mastella e il centrosinistra, mentre Romano era candidato con il centro destra. “Eravamo in una trattoria a Campo de’ Fiori con Franco Bruno, capo di gabinetto dell’allora onorevole Marianna Li Calzi, sottosegretario di Stato alla Giustizia e il dottor Sarno, che era un magistrato, sempre del gabinetto dell’onorevole Li Calzi. C’era anche mia moglie poi si aggiunsero Saverio Romano e l’onorevole Cuffaro che erano a Roma per questioni legate alle politiche del 2001. Franco Bruno, che conosceva perfettamente il mio cattivo rapporto con l’onorevole Romano, scherzando a tavola disse: Saverio, tu sei candidato nel collegio di Bagheria dove c’è anche Villabate, ma lo sai che Francesco non ti vota, perché voterà per il centrosinistra? Stizzito l’onorevole Romano si alzò e pronunciò una frase che mi resterà sempre impressa: No, Francesco mi vota,perché siamo della stessa famiglia. E poi girato verso di me aggiunse: scinni a Villabate e t’informi. Proprio con un atteggiamento duro e un riferimento specifico alla famiglia mafiosa, tanto da lasciare tutte le persone che erano presenti a quel pranzo senza fiato, senza parole. Franco Bruno poi mi disse: è un pazzo che dice 'ste cose con un magistrato in giro. Tornato poi a Villabate affrontai l’argomento, proprio come lui mi aveva chiesto in quella battuta, con Mandalà, il quale mi confermò che Saverio Romano era stato indicato dalla famiglia mafiosa di Belmonte Mezzagno".

Per Il pm Di Matteo il significato di quelle parole puó avere una sola interpretazione: "Romano intendeva chiaramente comunicare a Campanella la comune appartenenza alla medesima cosca mafiosa, dato che all'epoca Villabate e Belmonte Mezzagno ( comune d'origine di Romano) ricadevano nello stesso mandamento". In questo senso troverebbero riscontro, secondo gli inquirenti, le parole dei collaboratori di giustizia Stefano Lo Verso e Giacomo Greco. "Mandalà mi disse che avevamo Cuffaro e Romano nelle mani" ha rivelato ai magistrati Lo Verso, che fu per alcuni anni il vivandiere di Provenzano. Secondo Greco, originario come Romano di Belmonte Mezzagno, lo stesso Provenzano "aveva interesse che Romano venisse eletto". L'ex ministro ha seguito tutta la requisitoria del pm seduto accanto ai suoi legali, Franco Inzerillo e Raffaele Bonsignore, e alla fine ha preferito non rilasciare alcuna dichiarazione. Il processo è stato aggiornato al 6 luglio prossimo, quando gli avvocati di Romano inizieranno la loro arringa difensiva. Dopo la richiesta di condanna a otto anni di reclusione, la sentenza del gup Sestito è attesa per il 17 luglio.

 
Ultima modifica: 04 Luglio 2012 ore 19:32



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