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La polemica

Trattativa, da Travaglio
sciabolate al "Corriere"

Mercoledì 04 Luglio 2012 - 11:38
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Marco Travaglio incrocia la lama con Ernesto Galli Della Loggia che ha scritto di trattativa. E nasce una robusta polemica.

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Marco Travaglio torna a graffiare. Attraverso le colonne de "Il Fatto Quotidiano", il giornalista torinese attacca l’editoriale di Ernesto Galli Della Loggia sulla trattativa Stato-mafia, pubblicato ieri dal Corriere della sera. Travaglio contesta a Galli Della Loggia di definire la trattativa “supposta” e le pressioni del Quirinale in merito solamente “presunte”. Ironizza, inoltre, sul fatto che a due settimane dalla pubblicazione delle telefonate Mancino-D’Ambrosio, secondo il collega romano il “dato centrale” sia “lo stato d’animo di Mancino”, che non sarebbe “per nulla tranquillo... posseduto da un’inquietudine angosciosa, molto simile alla paura... Paura di essere ‘incastrato’ dai magistrati che conducono l’indagine... di diventare vittima di qualche loro ‘teorema’, di un loro partito preso che lo trasformi da testimone in imputato”.

Secondo il vice-direttore de Il Fatto, inoltre, con quell’editoriale Galli della Loggia e il Corriere che lo ospita in prima pagina hanno deciso di infangare tutta la magistratura inquirente del Paese, accusandola di condotte gravissime, criminali, eversive. “Alzi la mano chi, nelle sue condizioni, non avrebbe gli stessi timori” scrive Galli Della Loggia nell’editoriale e Travaglio risponde a questa affermazione con quel sarcasmo pungente che ne contraddistingue lo stile: “A suo avviso, 60 milioni di italiani han paura come Mancino. E di che? Delle tasse? Delle banche? Della disoccupazione? Di non arrivare a fine mese? Della mafia? No, di tutti i pm, che com’è noto passano il tempo a “incastrare” il primo che passa per la strada per poterlo accusare di aver trattato con la mafia o di aver mentito sulla trattativa. Supposta, s’intende”.

Infine, sull’affermazione di Galli Della Loggia secondo cui “tutto porta a escludere” che Mancino “sia responsabile di qualcosa”, il giornalista torinese è categorico: “si tratta della classica considerazione da tipico intellettuale di un Paese dove la mafia è sempre certa, ma lo Stato no. Al massimo, è uno Stato d’animo”.
Ultima modifica: 04 Luglio 2012 ore 11:42



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