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Dialetti...amoci

Domenica 08 Luglio 2012 - 11:21
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"La varietà di lingue, idiomi, dialetti, modalità espressive sono un patrimonio di diversità e di identità che la nostra società sta sbriciolando ad una incredibile, drammatica velocità".

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Le persone si riconoscono simili e tanto più simili perché parlano la stessa lingua, lingua che diventa non soltanto un mezzo semantico per intendersi ma anche uno strumento di condivisione di storia, luoghi, esperienze, antenati, costumi, usi, clima, abitudini, strumento che ti da un senso fortissimo di appartenenza. Appartenenza ad un quartiere, ad un paese, ad una città, ad una regione ad una nazione ed in alcuni casi ad un’etnia o ad una razza. Nelle grandi metropoli capita che alcuni termini in slang siano diversi da un quartiere all’altro. Nella stessa regione, in città distanti 50 o 100 chilometri si parlano dialetti a volte significativamente differenti. Questa infinita varietà di lingue, idiomi, dialetti, modalità espressive (di cui peraltro il linguaggio verbale è soltanto uno dei tanti; pensiamo infatti alla mimica facciale e gestuale utilizzata grandemente nel nostro Mezzogiorno con una forza comunicativa, a volte, di gran lunga superiore a quella delle parole) sono un patrimonio di diversità e di identità che la nostra società omogeneizzante sta sbriciolando ad una incredibile, drammatica velocità.

Oggi i giovani parlano utilizzando un vocabolario televisivo composto da non più di 2000 vocaboli. Pochissimi conoscono il dialetto della loro terra e tra l’altro la pseudocultura imperante reputa l’utilizzo di espressioni dialettali non consono a una persona con un “alto livello di istruzione”.

Che sciocchezza! Che visione miope e gretta di un patrimonio infinito di conoscenza! Ricordo che il mio professore di filosofia, una tra le persone più colte che abbia mai conosciuto, si dilettava a parlare in dialetto, e per giunta con una marcata inflessione di cadenza messinese, quando voleva dimostrarti con ironia che stavi sbagliando, ma che lui ti avrebbe aiutato. L’uso del dialetto era da lui sfruttato quale strumento sagace per starci vicino, per dirci cose difficili da accettare, ma con il massimo della confidenza possibile. La confidenza che sgorga spontanea quando si utilizza un linguaggio condiviso; la lingua dei momenti di intimità, la lingua della paura, la lingua delle barzellette, la lingua dei compagni di gioco, quella che ancora 30 anni addietro era la lingua dei nonni, che spessissimo non conoscevano l’italiano e raccontavano in dialetto le storie fantastiche che raccontano tutti i nonni del mondo. Quante volte succede che, incontrando una persona per motivi di lavoro e supponendo che vi potrà essere qualche divergenza di opinioni, si sfrutti la battuta in dialetto per smorzare la tensione e trasferire la propria schiettezza e disponibilità a “risolvere il problema”.

In un villaggio globale (quanto poco mi piace questa espressione) come il nostro è certamente indispensabile per tutti (soltanto uno stupido potrebbe pensarla diversamente) conoscere “la lingua universale”, l’inglese. La lingua dei computer, la lingua dei contratti internazionali, la lingua della letteratura scientifica e dei congressi, la lingua senza la conoscenza della quale non si può neanche rispondere ad un’inserzione di lavoro, la lingua di tutte “le istruzioni per l’uso” possibili ed immaginabili, di tutto quello che si può oggi acquistare in rete con un “clic”. Tra dieci anni non conoscere l’inglese (e forse tra trenta il cinese) sarà per un cittadino occidentale come, per lo stesso, doveva essere non sapere leggere e scrivere nel 1960. In una realtà della comunicazione “on line”, realtà efficacemente descritta quale la realtà che sta vivendo l’era della luce, infatti tutto ciò che avviene in qualunque angolo del pianeta ci viene proposto in tempo reale e in tempo reale possiamo interagire, non si può e non si potrà non possedere questo strumento di relazione.

Ma cosa c’entra con la buona o speriamo ottima conoscenza della “lingua globale”, strumento di lavoro e di comunicazione indispensabile in un mondo che si è rimpicciolito a dismisura, il pervicace, metodico, incessante, progressivo e insensibile abbandono nell’oblio delle tante diversissime “lingue” e del patrimonio di storia, costumi, esperienze, colori, leggende che esse portano con loro? Peraltro, purtroppo, spesso i dialetti sono delle lingue esclusivamente orali che si sono tramandate di padre in figlio senza una letteratura e di cui quindi esistono pochissimi documenti scritti. Questa pochezza di documenti rende tutto ancora più triste.

Anche questo volere, forse senza predeterminazione, ma con efficace rapidità dimenticare i dialetti esprime un desiderio inconfessabile di omologazione, il desiderio di volere perdere identità per annegarsi nel gregge infinito dove ci si riconosce perché miseramente uguali agli altri e non perché invece meravigliosamente diversi. Mi ricordo quando bambino, nel 1963, vissi per un anno in Veneto; in tutte le famiglie vicentine, di qualunque ceto sociale, si parlava con orgoglio soltanto il dialetto ed era un grande sforzo per loro, in mia presenza, parlare in italiano.

Da allora la televisione (grande merito che non può e non deve essere misconosciuto) ha insegnato l’italiano a tutti; ma mentre la lingua di Dante diveniva patrimonio condiviso e finalmente rendeva l’Italia veramente un paese unito, progressivamente venivano sempre meno utilizzati i dialetti. Al Sud, dove addirittura il dialetto è stato sempre più considerato un modo volgare di esprimersi, come al Nord.

Il recente fenomeno politico della Lega, partito che cerca in una Europa sempre più grande e senza frontiere di rintracciare le radici della propria “particulare” identità, mi è simpatico perché, anche se con eccessi che non posso condividere e forse anche con qualche ruberia che l’ha omologata agli altri partiti, prova però a rivendicare quelle diversità ed identità che il nostro credo globale sta quotidianamente, invece, tentando di mortificare. Non vi è alcuna contraddizione tra sentirsi cittadini europei e volere mantenere viva la lingua dei padri e volere utilizzarla nelle occasioni in cui ci si ritrova tra conterranei e quindi tra persone che condividono tra loro più di quanto condividano con altri. Quando allo stadio la squadra avversaria viene sfottuta in dialetto, questo sfottò ha un sapore di autenticità e di simpatia particolari. Quando si ascoltano i vecchi dei piccoli paesi rurali che ancora parlano pressoché esclusivamente in dialetto, si prova sempre una sensazione dolcissima di familiarità, di appartenenza, di continuità con la propria storia. È assolutamente doveroso tentare quindi di non perdere questo patrimonio fragilissimo ed importantissimo di cultura.



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