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Il festino

E LUCE FU

Domenica 15 Luglio 2012 - 01:03
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Un Festino bello e partecipato. L'abbiamo attraversato, dopo avere offerto la diretta ai nostri lettori, per raccontarvi le sue emozioni. (foto da facebook)

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Cerco lineamenti antichi nella calca che si riversa sul Cassaro e sulla Marina nella sera del Festino di Palermo. Li cerco tra il fumo dello stigghiolaro e la nuvola bianca della bambina col vestitino azzurro e lo zucchero filato. Cerco i fuochi di una volta. Cerco la mano di mia zia che ci guidava sulle terrazze di un palazzo nobile, con una scorta di arancinette al burro e calzoncini fritti, tanto abbondante da fare pensare al vettovagliamento di un anno intero. Dal primo morso, per ogni morso successivo, il sapore dell’arancina al burro per me è il gusto di Palermo, con le luci e la musica in sottofondo.

Cerco Santa Rosalia, come è accaduto tutte le notti del 14 luglio. L’ho intravista, bionda, col saio, stampata nell’icona tradizionale. L’ho guardata di nascosto e mi pareva fosse una ragazza con i capelli neri e le Superga. Mi è sembrato che somigliasse alle nigeriane comprate e vendute alla Favorita, non per macchia,  con la purezza di chi sa scendere dall’altare e dalla montagna fino all’angolo più oscuro del mondo. E quando ho teso le dita per afferrarla, la Santuzza è svanita.
Una certezza è incrollabile. Anche adesso, come per tutti i 14 luglio, Palermo è qui, per farsi amare e odiare, tra il Cassaro e la Marina, nel caldo di una intimità sudicia e splendente.

Palermo è qui. E ha ragione Belpietro, con quelli che la pensano come lui. Siamo un popolo da tagliare, non soltanto per una questione economica. Siamo maleodoranti, sudati, appiccicosi e scaltri. Siamo cattivi, egoisti, incivili e mostruosi. Le facce sulla via crucis del Festino sono riflessi cupi, pozze di rabbia e di fame.

Palermo è qui. E ha torto Belpietro, con quelli che la pensano come lui. Siamo una stirpe da scrivere in maiuscolo nel libro delle tecniche di sopravvivenza. Siamo ancora in piedi. Siamo buoni. Le facce nella resurrezione del Festino sono la coreografia di una malconcia e inattaccabile speranza. Palermo, comunque, è qui.

Qui c’è una bambina col vestitino azzurro e lo zucchero filato. Una fitta al costato. Ti sale nel cuore Amber, la figlia di Igor. Ci vuole uno sforzo immane per non impazzire. Qui c’è l’uomo dei babbaluci, un professionista del risucchio. Insegna a probabili turisti la tecnica più adatta. Qui c’è una sfilza di mutilati e sofferenti. La donna in sedia a rotelle, il vecchietto con la stampella, il ragazzino col braccio al collo. Accorsi sulla riva del nostro Giordano che coincide col lembo della tunica della Santuzza. Nota a margine: lo spazio dedicato ai disabili è una perla di civiltà.

L’aria che si respira è di attesa. Il Festino è come il derby. Non si può perdere.  il resto magari sì. E’ il biglietto da visita della nuova amministrazione. Piaccia o non piaccia, è la carta di presentazione di Leoluca Orlando. I problemi giacciono laggiù con la bocca spalancata. Si dovrà lavorare di vanga e di scalpello. Il Sinnacollanno sceglie, intanto, di giocarsela sul piano dei simboli, per corroborare di fiducia una municipalità morente. Non a caso la trecentottantottesima festa di Rosalia è dedicata a coloro che fanno miracoli, muovendosi su un terreno accidentato, nel silenzio.

Il messaggio appare lampante. Esiste una dimensione quotidiana del prodigio. Non sarà un sindaco con la calzamaglia da Nembo Kid a salvare l’anima e il corpo di Palermo. Saranno i palermitani, se vorranno, se ci crederanno. Alla gente piace ciò che vede? I giudizi mormorati sono un pulviscolo con toni in chiaroscuro. Si avverte l’urgenza di una cura per le piaghe, la necessità di un cambiamento, altrimenti sarà deserto. Il carro comincia il suo viaggio.

L’unità di misura del carro è un’assidua lentezza. Non c’è fretta di arrivare. Non c’è paura di smarrirsi. Ci sono due ragazzi che si baciano sul Cassaro, mentre l’afa si scioglie e cala la benedizione di un venticello leggero. I giovani sono una delle luci tra il Cassaro e la Marina. Affacciati ai balconi per osservare,  raggrumati sulla via. I giovani che assistono e i giovani che hanno contribuito alla realizzazione della Festa della Santuzza, con talento e abnegazione. I giovani che ballano, recitano e cantano. I giovani palermitani stasera mostrano la bellezza di ciò che sono.

Una dichiarazione da Palazzo delle Aquile. Il succo: “Dobbiamo diventare comunità”. Anche l'esortazione del cardinale propone il leit-motiv della fratellanza. Paolo Romeo è un porporato attento, con fine sensibilità politica, con gli occhiali puntati su una visione contemporanea, a differenza di alcuni suoi più miopi colleghi. Da tempo insiste sul tema di una operosa rinascita sociale. Il sindaco si inerpica sul carro. Viva Palermo e Santa Rosalia.

Da qui in poi è un discendere dolcemente verso i fuochi d'artificio con la musica. Nella penombra spariscono la bambina col vestito blu e il professionista dei babbaluci. E sarebbe sbagliato pensare che tanto finisce qui e che ci rivedremo tra un anno. Cercherò la Santuzza sempre. Cercheremo chi abbiamo amato con dedizione e coraggio. Tenteremo di amarci, sporchi e luminosi, così come siamo. Se oggi è il giorno della speranza che abbraccia il dolore, domani sarà il giorno della felicità.
Ultima modifica: 15 Luglio 2012 ore 06:44



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