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Domenica 12 Agosto 2012 - 10:55
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Oggi tutti si “qualificano” ovvero si “riqualificano”, tutti attraverso una scorciatoia devono poter non essere secondi a nessuno. Nessuno vuole imparare un mestiere e lo status vale molto di più di quello non soltanto che si sa fare, ma anche di quello che in realtà si vorrebbe fare

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I mass media qualche anno fa hanno riportato una notizia che probabilmente non ha avuto l’eco che meritava per la sua incredibile gravità. Molte prestigiose Università italiane hanno stipulato degli accordi con alcuni Ministeri come con grandi aziende private o a partecipazione statale per il rilascio di diplomi di laurea a dipendenti dei suddetti enti o aziende attraverso una “corsia preferenziale”. Quello che è veramente incredibile, se ho capito bene ma credo di aver ben compreso, è che molte materie del corso di laurea vengono “de facto” considerate già superate da questi studenti sui generis perché gli stessi hanno acquisito su quei temi una specifica competenza sul campo, con la loro anzianità di servizio. Quindi nella buona sostanza, molte materie vengono “abbuonate” e il corso di laurea ha una durata di gran lunga più breve del corrispondente corso universitario regolare. La finalità assolutamente non mascherata di questa immorale pagliacciata è la possibilità per questi neo “dottori” di avere accesso ad una posizione funzionale che altrimenti sarebbe loro preclusa. Quindi di fatto una specie di corso universitario in formato compatto, una università bignamino, una laurea soltanto “titolo” e non “sapere”.

Vogliamo ancora parlare delle “lauree brevi”, delle innumerevoli “lauree brevi”. Un modo per chiamare laurea quello che nel passato, in modo molto più corretto, veniva chiamato scuola o corso di formazione post diploma di maturità (dietista, infermiere professionale, tecnico di laboratorio, tecnico di radiologia, igienista orale, fisioterapista, ortottista, logopedista, ostetrico, per limitarmi soltanto al settore medico che conosco meglio). Un modo per moltiplicare gli insegnamenti universitari e quindi le docenze. La laurea breve permette in soli tre anni di aver riconosciuto il titolo di “dottore” per fare le stesse cose che si facevano prima, ma fregiandosi del titolo. In alcuni casi invece i vecchi corsi di laurea sono stati spezzati in due. Prima la “laurea triennale” e poi, se ne hai voglia, la laurea specialistica. Quindi, in questo caso sei laureato, sei comunque “dottore”, sapendo i tre quinti di quanto doveva sapere ad esempio il tuo collega ingegnere che si è laureato venti anni addietro. È vero che con le lauree triennali non è possibile adire a tutti gli sbocchi professionali ma è pur vero che questo titolo dà la possibilità di laurearsi ad un gran numero di persone che si potranno così fregiare del titolo di “dottore” avendo una preparazione incompleta e certamente inferiore a quella che si aveva una volta quando i “cursus studiorum” avevano una durata ed una completezza maggiori e diverse.

L’anno scorso, e questo è veramente incredibile, in un paese dove c’è una grande penuria di lavoro, al concorso di magistratura gli idonei sono stati in numero inferiore al numero di posti disponibili. Gli esaminatori hanno detto che non è stato possibile colmare i posti poiché la stragrande maggioranza dei candidati non conosceva nemmeno gli elementi base della lingua italiana, prescindendo dalla pochezza delle loro conoscenze tecniche specifiche. Oggi tutti si “qualificano” ovvero si “riqualificano”, tutti attraverso una scorciatoia devono poter non essere secondi a nessuno. Ripescando però nella memoria già parecchi anni fa, all’inizio dei tempi moderni, ho avuto in effetti una personale, premonitrice avvisaglia di questo modello di “studio poco o niente ed ottengo un titolo”. Ricordo che circa 25 anni addietro, per alcuni anni ho insegnato alla Scuola per infermieri professionali dell’ospedale dove allora lavoravo. La scuola era diretta in modo egregio, verrebbe da dire “all’antica”, dalla mitica Suor Susanna, persona giusta e severa che faceva della meritocrazia il vanto della sua vita e della sua storia di docente. Allora il corso per infermiere professionale aveva una durata di 3 anni e vi si poteva accedere a numero chiuso con la licenza superiore. Ma un bel giorno fu pubblicata una norma per la quale tutti gli infermieri generici (con titolo di studio la licenza media) strutturati in ospedale, non ricordo con esattezza con quanti anni di servizio maturato, potevano “riqualificarsi” infermieri professionali soltanto frequentando un corso biennale (soltanto il pomeriggio da ottobre a giugno) presso la scuola appunto dove io insegnavo.

Di fatto ben sapevano i suddetti infermieri che il margine di discrezionalità meritocratica di noi docenti era pressoché nullo (“come fai a bocciare un povero infermiere che oltre il proprio orario di servizio deve anche sobbarcarsi di 30 ore settimanali di frequenza del corso di riqualificazione”) e che quindi potevano non studiare e non rispondere alle interrogazioni tanto alla fine poi sarebbero stati promossi e quindi tutti sarebbero divenuti comunque infermieri professionali. La domanda che nasce spontanea come logica conseguenza della richiesta di comprensione è se questi corsi fossero obbligatori; ovviamente la risposta è “no”. I corsi erano facoltativi e chi si iscriveva ben sapeva che sarebbero stati sacrifici, poteva quindi liberamente scegliere di farsene carico o meno.

Per contrappasso a questo atteggiamento del “mi posso prendere di più e me lo prendo e voglio pagare il minor prezzo possibile” voglio raccontarvi proprio in merito ai corsi di riqualificazione la scelta onesta e pulita di una persona veramente bella (la chiameremo signora Maria) infermiera generica con la quale ho avuto l’onore di lavorare per 14 anni. Un giorno, quando venni a sapere della possibilità per gli infermieri generici di frequentare i suddetti corsi di riqualificazione, ben conoscendo la bravura di Maria la quale peraltro di fatto già svolgeva mansioni di infermiera professionale, le proposi di iscriversi al corso di riqualificazione e, per invogliarla a fare una cosa cui sicuramente teneva e che meritava, le dissi anche che, se avesse avuto particolari difficoltà in materie specifiche, l’avrei aiutata. La sua risposta fu di una disarmante correttezza verso di sé, verso l’istituzione e verso la propria famiglia: “Dottore Allegra – mi disse – io credo che quando si decide di fare una cosa questa vada fatta bene, non per poter dire ho il titolo ma per poter dire mi è servito a crescere, ad imparare, a sapere di più; poiché io una famiglia con un marito e due figli e devo lavorare, credo che questo corso lo farei in modo raffazzonato, superficiale e pertanto poco o nulla proficuo e tra l’altro distogliendo tempo importante ai miei figli ed al mio rapporto con loro. Mi sembra più giusto non farlo anche se devo confessarle che mi sarebbe piaciuto tantissimo”.

Bene io credo che la risposta di Maria sia l’espressione più semplice e più fresca di un modo corretto di concepire il merito ed i rapporti tra quello che è giusto e vero (modo che purtroppo è sempre più difficile ritrovare), di contro a tutto quello che invece è soltanto un arruffato imbroglio verniciato di legalità. La verità è sempre la stessa: in un modo o nell’altro dobbiamo essere tutti uguali e comunque nessuno deve essermi superiore. Cosa importa se io ho studiato di meno o molto di meno del mio collega e che lui sia oggettivamente, per la sua preparazione, più capace di me; ciò che importa è che io sia sempre all’altezza, a un'altezza fittizia e soltanto formale, ma all’altezza!

Dove è finito il riconoscimento del valore degli altri, di alcuni altri. Una volta, fino a 30 anni fa, tutti erano capaci di riconoscere i meriti dei migliori, di quelli che per doti innate, per capacità di dedizione, forza di volontà, impegno e sacrifici avevano “una marcia in più”. Che sensazione bellissima di onestà intellettuale e morale era poter dire: “Quello è di un’altra categoria, ha un quid in più che lo rende il migliore e comunque migliore di me nel campo specifico”. Mia madre e mio padre mi hanno educato a provarci sempre in tutto quello che si fa, ma altresì ad avere la capacità di riconoscere il merito di chi, e nella vita lo si incontra sempre, è migliore di noi. Oggi purtroppo è vero esattamente il contrario. I genitori educano i figli al culto del “nessuno può e deve essere migliore di te”. I mass media spingono a credere che ognuno di noi sia “totipotente”. La scuola quasi senza rimandati e praticamente senza bocciati (agli ultimi esami di maturità la percentuale dei promossi è stata del 97%) fa credere che tutti siamo bravi e quindi che tutti possiamo adire al “tempio dell’Università”.

Siccome però, come detto, per fortuna madre natura ci ha fatto tutti stupendamente diversi, alla fine i valori, anche se non formalmente riconosciuti, emergono nella sostanza e i mediocri subiscono delle quotidiane mortificazioni che invece avrebbero evitato se si fossero accontentati di fare quello per cui erano più modestamente portati ma che avrebbero svolto con grande dignità e bene. Tutti, come detto, devono essere “laureati” sia che siano particolarmente portati per lo studio sia che non lo siano e nel frattempo si perdono i mestieri artigiani ed il loro preziosissimo valore sociale. Come già detto non vi sono più giovani ebanisti, elettricisti, idraulici, meccanici, orafi, sarti. Nessuno vuole imparare un mestiere, tutti vogliono adire ad una laurea indipendentemente dal fatto che siano più o meno portati. Lo status vale molto di più di quello non soltanto che si sa fare, ma paradossalmente anche di quello che in realtà si vorrebbe fare.

Qualche tempo fa ho avuto uno straordinario incontro con un maestro artigiano ultimo erede di una famiglia che da quattro generazioni produce, realizza e vende trapunte e piumini di piume d’oca. Trapunte quelle “vere” non quelle della grande distribuzione. La sua preparazione sulla rasatura delle piume, sul tempo della rasatura, sul legame affettivo tra le oche e la persona deputata alla rasatura medesima, mi ha colpito tantissimo. Questo maestro ha spiegato a me ed a mia moglie che, sempre più affascinati, lo ascoltavamo che il rapporto con le oche, con le loro oche quelle delle loro piume è un arte che la sua famiglia si tramanda di padre in figlio. Bene, sentendolo parlare con tanto amore del suo particolare e avito lavoro mi sono commosso e ho pensato a tutti quei giovani che, attratti da un miraggio (la professione) che quasi sempre rimane tale, rinnegano il lavoro artigianale del padre, in tal modo disperdendo per sempre un enorme patrimonio di conoscenze e di capacità non più ritrovabile.



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