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Le elezioni in Sicilia

L'aria dell'incontinente

Domenica 19 Agosto 2012 - 07:01
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La campagna elettorale ha reso la Sicilia ripugnante e pezzente. Guardate i personaggi sulla scena come si agitano. Guardateli mentre fendono colpi alla cieca. E dietro c'è lui, dimesso, ma più potente che mai. Lui tira i fili e i pupi. Lui, il grande incontinente - come racconta Pietrangelo Buttafuoco sul "Foglio - a caccia del potere.

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A chi piace la politica deve piacere per forza la Sicilia. E’ il famoso laboratorio. Se non fosse però che la sua buttanissima Autonomia regionale, ora come non mai, ora che s’appresta la campagna elettorale, l’ha resa pezzente, ripugnante e definitivamente provinciale. Ed è il motivo per cui la Sicilia, anche a chi piace la politica, non piace più.

La terra che fu granaio elettorale della defunta Democrazia cristiana è ormai diventata immagine e somiglianza del suo ultimo padronazzo, il fintamente uscente governatore, quel Raffaele Lombardo che nessuno vuole ma che tutti cercano: per averlo alleato, complice, portatore d’acqua e, al contempo, avvelenatore di tutti i pozzi del consenso. Non è un cane che sta affogando, Lombardo. Piuttosto, sebbene abbia rassegnato le dimissioni a seguito di un’inchiesta di mafia, pur benedetto dall’anti-mafia, è cane su cui tutti i cacciatori puntano. Lui è uno che quando perde, vince: ha nominato trentaquattro assessori in quattro anni di presidenza mentre ancora oggi, la sua giunta di Governo, ha nominato un ennesimo consulente, ai trasporti. Il suo potere è intatto.

Non c’è giorno che dalla Sicilia di Lombardo arrivi una pensata. Il confindustriale Amleto Trigilio, il suo responsabile al turismo (e forse anche alla cultura e magari anche al patrimonio artistico, chissà, tanto tutto fa brodo) fresco di nomina qual è, nominato apposta per sfregiare Ivan Lo Bello (che di Confindustria è il padre nobile), vuole coprire con dei tendoni o con il cellophane manco fossero le serre dei pomodorini Pachino, i teatri di pietra – quali, per dire, Taormina e Siracusa – meritandosi la pernacchia totale di Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera. E non c’è altra fatica, in questa finta uscita di scena di Lombardo, che il regolamento dei conti, la vendetta, lo sfregio appunto o la bastonatura per tramite di querela; il vice di Lombardo, infatti, nientemeno che Massimo Russo, ex magistrato e monumento dell’anti-mafia, giusto in queste ore di calura, gli sta risolvendo le pratiche relative alle querele contro la stampa, l’ultima nei confronti de La Repubblica. Spese a carico della Regione siciliana, va da sé.

L’ordinaria amministrazione è solo la straordinaria messa a punto della macchina clientelare e a chi piace la politica deve evitare di farsi piacere ancora la Sicilia perché mai stagione politica fu più schizofrenica, anzi, psicotica, di questa. Nel frattempo che leggete una decina di menti, logoratissime, le sta tentando tutte per elaborare una strategia, un’alchimia o una qualunque diavoleria dove la Sicilia – giusto con nuovo governo, vecchissimo però nei patti – possa specchiarsi in un peggio del peggio e restare, fortissimanente restare, nello stallo attuale. Tutto ruota attorno alla sinistra per il semplice motivo che la destra non c’è. Ed è anche comica questa Sicilia. Comincia la campagna elettorale ed è già battaglia tra un grande vuoto e un grande bluff. Rosario Crocetta, ex sindaco della ridente Gela, è frutto di una montatura simpatica e vincente – un bluff, appunto – fabbricato secondo gli insegnamenti di Klaus Davi. E’ tutta una nuvola di generica promessa di redenzione dalla Sicilia brutta e cattiva propria dell’uomo che, ancor prima di essere una personalità, è un personaggio.

Crocetta è il candidato del Pd e dell’Udc e ha esordito con un’intemerata contro le cripto-checche, quelli che gli fanno guerra all’interno del centro-sinistra. E se già è delizioso il lapsus – non le checche, ma quello di farsi largo a colpi di cripto, giusto per sentirsi acculturati – diverte non poco l’altro dettaglio rivelatore: fare della propria omosessualità una categoria politica, come se il problema dei problemi, in Sicilia, sia quello di farla moderna smutandando tutte le “velate”. Dopo di che, certo, c’è la restante retorica di marca tutta buttanissima, autonomistica e folkloristica. Come il suo modo di liquidare vicenda di Windjet. La rovinosa caduta dell’azienda catanese sulle spalle dei dipendenti e quelle di trecentomila passeggeri paganti lasciati a terra negli aeroporti d’Europa è stata commentata dal futuro presidente della Regione secondo i canoni piagnoni del più ributtante irredentismo siciliano. Una tipica storia di imprenditoria di Trinacria, insomma, nelle parole di Crocetta non è stata spiegata quale tristo esempio di industria del ficodindia ma come “l’ennesima rapina ai danni della Sicilia”. Il solito repertorio, dunque, che fa di Crocetta un piccolo Lombardino.

Ed è il grande bluff, il Crocetta. Prenderà voti perché, come dice fino a sgolarsi Leoluca Orlando, lui è solo “il continuatore di Lombardo”. I due uomini forti di Lombardo, infatti, gli azionisti di maggioranza del più ributtante governo della storia di Sicilia, ovvero i due esponenti del Pd Peppe Lumia e Antonello Cracolici, sono con Crocetta. E questo dell’imprinting lombardiano che è la croce di Crocetta, è il suo primo handicap ma, contemporaneamente, anche il suo salvacondotto per garantirsi l’ingresso nelle stanze del potere. Non è cane che affoga quello ma, ripeto, cane su cui puntano tutti. E i siciliani, si sa, non si schierano. Aspettano e puntano solo su chi vince. E’ tutto un entra ed esci di alleanze e di toccate di polso, in queste ore. Il lettore attento avrà già notato che a margine di questa orgia paesana si consuma una feroce, ferocissima e spietata guerra. E’ quella all’interno della religione civile altrimenti nota come anti-mafia. Orlando, infatti, è contro Lumia che, in tema di anti-mafia, è il professionista più professionista di tutti i professionisti dell’anti-mafia. Il bravo (bravissimo) sindaco di Palermo, per paradosso dei paradossi, oggi si ritrova a pronunciare, vestire e fare proprie le parole di un suo antico avversario, cioè Leonardo Sciascia, contro i professionisti più professionisti di tutti i professionisti e siccome la guerra ha le sue armi non convenzionali, l’asso nella manica, seppure di giacca giacobina, è Claudio Fava. Lo scrittore, già esponente del Sel di Nichi Vendola, è un altro candidato a sinistra. E’ da sempre impegnato nella lotta alla mafia, è anche il figlio di un eroe, Pippo Fava, e – dettaglio fondamentale – nella guerra delle due anti-mafie, ha accuratamente controllato la posizione di Lumia e Cracolici per mettersi diametralmente all’opposto.

Crocetta, preoccupato non poco, ha attaccato Fava con argomenti volgari, volgarissimi e improponibili e perciò degni della pezzente, provinciale e ripugnante Sicilia di oggi. Non potendo sporcarlo altrimenti lo ha accusato di fare soldi con i libri e le sceneggiature. Possibilmente con la messa in onda su Canale 5. Qualcosa nella comunicazione di Crocetta difetta se poi precipita in continue gaffe, la più bella delle quali, quella sulla sua casa di Bruxelles. I lettori del Foglio ricorderanno. La graziosa dimora è di proprietà di Raffaele Lombardo, Crocetta che è parlamentare europeo abita lì durante le sue trasferte e quando nel bel mezzo del Gratta e Vinci di Sicilia (veri tagliandi da scartavetrare, sono distribuiti in Sicilia dove, graffiando la faccia di Crocetta spunta il baffo di Lombardo) l’attuale candidato del Pd-Udc se n’è uscito urlando (e pronunciando la sua prima rotonda bugia): “Io manco lo conosco a Lombardo!” è stato quest’ultimo a replicare, non senza perfidia, via twitter: “Ma come non mi conosci Rosariuccio, ma se abiti a casa mia?”. Insomma, Crocetta è il Tulliani di Lombardo.

Il grande bluff è dunque Crocetta dietro cui c’è Lombardo. E il corteggiamento di Gianfranco Fini che ha la preoccupazione di procurare alla propria pattuglia di fedelissimi un posto non può che confermare la trama di Lombardo. Tutti quelli che hanno sostenuto Lombardo adesso corrono in soccorso di Crocetta e perfino l’Udc, guidata da Giampiero D’Alia, dopo aver acconsentito che si facesse strame del cuffarismo (fino a rinnegarlo, come San Pietro fece col Cristo davanti ai falò degli sgherri di Anna e Caifa), adesso s’è aggiornata alle esigenze della nuova voga, tutto un gay friendly alla caponata, nella pia illusione di svuotare il bacino elettorale di Lombardo. Ma forse a Palermo non sanno quanto Casini, più navigato, sappia cautelarsi rispetto al “SS”, l’animaletto di cui sopra…

Il grande vuoto, invece, è il centro-destra dietro cui c’è sempre Lombardo il quale, novello Pieter Bruegel, li ha fatti tutti ciechi gli uomini del centro-destra. Dopo averli tenuti fuori dalla porta nei quattro anni del suo governo, adesso, forte di una clientela chiodata – armata di veri e propri panzer da mobilitazione totale, non senza un servizio di passaparola, informazione e dossieraggio – li ha fatti tutti ciechi come gli infelici della Parabola, giusto quelli della tempera di Bruegel il Vecchio, datata 1568 e ancora oggi esposta a Capodimonte. Guardateli, dunque: importanti parlamentari, ex ministri, con il segretario del primo partito d’Italia, il crocifisso Angelino Alfano, brancicano non potendo brancolare, fendendo colpi all’orbigna, a chi viene viene e se poi Silvio Berlusconi, pur considerando vincente il solo Nello Musumeci (esponente de La Destra) decide comunque di candidare Gianfranco Miccichè, fosse pure in omaggio al fantasma della vittoria che fu (quella del 61 a zero), manco lo calcolano, si passano da orecchio a orecchio la notizia e mulinano con le braccia i bastoni di appoggio allontanando il fantasma della vittoria che fu. Il partito di Berlusconi, in Sicilia, aspira all’eutanasia e se Miccichè da un lato fa la sua campagna elettorale proclamando la “de-rat-tiz-za-zio-ne!”, più realisticamente, dopo essersi garantito il patto con Lombardo, deve convenire sui fatti: “Basta un Castiglione per rovesciare le decisioni di Berlusconi”. Nessuna meraviglia se, alla fine, Miccichè se ne andrà con Crocetta. Insomma, cose così. Scene alla Bruegel.

In questa terra caecorum, Giuseppe Castiglione (presidente della provincia di Catania) è uno dei tre coordinatori di quella che in Sicilia, per un cortocircuito di genere e travestimento sessuale, è “la” Pdl. Tutte le cose importanti, in Sicilia, sono volte al femminile, si sa, e questa della Pdl è un estremo omaggio agli antichi successi. Nessuno vuole Lombardo ma tutti lo cercano, magari non Castiglione e neppure Pino Firrarello, nemico storico, ma tutti, proprio tutti, sperano di finire nelle braccia del peggiore degli alleati, quello che della Pdl ne ha fatto pezzetti e pezzettini ad uso di bracconaggio. Il pidiellino Francesco Cascio, presidente del Parlamento siciliano, si agita al fine di garantire agio a Lombardo in casa altrui e non c’è angolo del centro-destra dove, grattando, non spunti il baffo che vince, anche quando fioccano carte di febbrile stravaganza, quelle dei Rettori Magnifici. Motivo per cui, quelli di Catania vogliono Antonino Recca e quelli di Palermo, giusto campanile, richiedono Roberto Lagalla.

Cercasi monoculo in terra caecorum, dunque. Le ultime notizie romane dicono di una mezza idea che sta frullando in testa a Berlusconi: affidare la pratica “Sicilia” a Gianni Letta. E magari salta il nome di un altro Magnifico Rettore, Gianni Puglisi, oppure quello di un altro grande amico di Letta, Pietro Carriglio, potentissimo consigliere, anzi, sussurratore di Lombardo e così un altro cerchio potrebbe andare a chiudersi, anzi, andare a quadrare. Sempre nel senso del cane cui tutti puntano.
i diceva di Nello Musumeci. E’ vero, potrebbe vincere, è assai amato, è stato un ottimo amministratore, è trasversale nel senso migliore, ha tutti i sondaggi dalla sua, non ha dietro Lombardo ma ha un grande difetto: viene da Catania e a Palermo, dopo che hanno visto quello che hanno visto con Lombardo, un candidato etneo manco se si sciacqua la lingua nel fango dell’Oreto lo perdonano. Stante così le cose, buttanissima autonomia regionale a parte, il mio endorsement, per quel che vale, è per Claudio Fava. E’ vero che a chi piace la politica, non potrà più piacere la Sicilia, mai più ma è il Chisciotte che mi suggerisce così. E anche il Cyrano. Per non dire di D’Artagnan, quello di Nino Martoglio.

Post scriptum
Ogni volta che passo davanti ai cancelli di Rebibbia, a Roma, la casa circondariale dove è detenuto Cuffaro, mi ritrovo a gridare: “Scusa, Totò”. E la Sicilia, oggi, non è neppure più quella dei cannoli ma qualcosa di peggio: ci vuole l’antitetanica a districarsi tra le vicende siciliane. Senza considerare che la società siciliana, sia essa civile o meno, è ancora più putrescente della classe politica stessa (io che ho avuto tutto il mio da fare in Sicilia, tra Teatro Stabile di Catania e rapporti istituzionali, me ne ritraggo sporco e intossicato ma questa – chiedo scusa – è solo una parentesi, non un mea culpa e magari sì, una excusatio non petita che l’accusatio, infine, la manifesta tutta. Ecco, chiusa parentesi, però giorno due settembre mi farò un bel regalo di compleanno: le valigie per il Continente).
Ultima modifica: 20 Agosto 2012 ore 20:50



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