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La fuga degli onesti


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Si parla tanto di “fuga dei cervelli”, ma il problema è che ci si dimentica dei semplici cittadini che aspirano a un Paese normale.

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PALERMO - Si parla tanto di “fuga dei cervelli”, ma si ignora l’altrettanto grave “fuga degli onesti”. Wikipedia italiana definisce la fuga dei cervelli come "’emigrazione verso Paesi stranieri di persone di talento o alta specializzazione professionale", e aggiunge che questo "fenomeno è generalmente visto con preoccupazione perché rischia di rallentare il progresso culturale, tecnologico ed economico dei Paesi dai quali avviene la fuga".

Il modo in cui si parla del fenomeno sui più svariati media, trovo sia spesso retorico e riduttivo. Gli emigranti talentuosi che si rimpiange e si corteggia sono, implicitamente, quelli in grado di dare beneficio al Pil del Paese che li accoglie. Fra questi rientrano dunque economisti, ingegneri, informatici, biologi, ma anche fisici e chimici. Il problema non è tanto che si ignorano gli storici, i politologi, i letterati, i filosofi, i sociologi, quanto che ci si dimentica dei semplici cittadini che aspirano a un Paese normale – categoria più generale entro cui entrano tutti gli altri.

Quando ho vissuto a Barcellona per fare un master, la stragrande maggioranza degli italiani che ho incontrato non erano scienziati di alto livello, ricercatori e neanche dottorandi, ma semplici lavoratori, pizzaioli, camerieri, piccoli imprenditori, documentaristi. Persone che si erano “rotte” del proprio Paese, pur amandolo, non soltanto perché le condizioni universitarie non erano ideali, ma perché la disonestà, la corruzione, la grettezza mentale e l’ignoranza tanto diffuse dal Nord al Sud dello Stivale gli erano diventate insopportabili. Queste sono le vere cause di fondo da cui derivano i problemi noti della disoccupazione, dell’assenza di meritocrazia, del clientelismo, dello scarso interesse per la Ricerca e la Cultura che rende disoccupati i laureati alla pari dei soli diplomati.

Tullio De Mauro, in un articolo pubblicato su Internazionale (n. 734, 6 marzo 2008), scriveva: "Cinque italiani su cento tra i 14 e i 65 anni non sanno distinguere una lettera da un’altra, una cifra dall’altra. Trentotto lo sanno fare, ma riescono solo a leggere con difficoltà una scritta e a decifrare qualche cifra. Trentatré superano questa condizione ma qui si fermano: un testo scritto che riguardi fatti collettivi, di rilievo anche nella vita quotidiana, è oltre la portata delle loro capacità di lettura e scrittura, un grafico con qualche percentuale è un’icona incomprensibile. Secondo specialisti internazionali, soltanto il 20 per cento della popolazione adulta italiana possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea".

Quello che segue forse non è politicamente corretto, ma tant’è. In una Democrazia che si rispetti, l’Opinione pubblica gioca un ruolo indispensabile nel controllo dei tre poteri dello Stato: se soltanto il 20% di essa è in grado di intendere fino in fondo un articolo di giornale o un libro, come può essere in grado di discernere con acume nella vasta melma degli eventi politici?

La deriva morale, civica e culturale del nostro Paese, con picchi da Terzo mondo per ciò che riguarda il Sud Italia, non dipende da altro che da questo. Da palermitano, so bene che compiere una scelta di voto che in un altro Paese d’Europa sarebbe ritenuta sconsiderata tanto da elettori di sinistra che di destra, non implica avere un animo malvagio. L’Italia è piena di persone estremamente altruiste e generose col prossimo, le quali votano però mafiosi, corrotti e puttanieri. Il grande paradosso italiano, rispetto alla Francia, la Germania, l’Inghilterra ma anche alla Spagna, sta proprio in quest’immaturità culturale da cui derivano tutti gli altri problemi. Socrate si sbagliava quando sosteneva quello che più tardi è stato chiamato “intellettualismo etico”: si fa il male solo perché s’ignora il bene. Nulla di più falso. Ma credo sia sotto gli occhi di tutti la validità di quello che potremmo chiamare “intellettualismo civico”: non si può essere buoni cittadini senza leggere, informarsi, essere colti.

La retorica dei cervelli in fuga, intenta a mettere in risalto il solo aspetto di meritocrazia intellettuale, peraltro nella sua forma più capitalista, non rende giustizia a questo fenomeno parallelo, sottaciuto e tanto grave, se non peggiore della semplice fuga di talenti accademico-industriali. Che fare dunque? Condannare chi lascia il Paese e al contempo pregarlo di ritornare per dare il suo apporto? Neanche per sogno: il singolo ha tutto il diritto di cercare il meglio per sé, tanto più se il proprio Paese non lo sa accogliere e valorizzare.

No, l’unica soluzione possibile per chi resta è affidare alle persone migliori che ci sono sul mercato la ricostruzione: non stupitevi se sono ventinovenni con una media del 22, non condannatele in nome di un meglio che non c’è, che avete fatto scappare via, che è troppo più ambizioso e capace per poter trovare laggiù una nicchia dove sopravvivere con un minimo di felicità. Non avranno magari lo spessore di Berlinguer, Pertini, Mitterrand o Rocard, ma forse fra un paio di generazioni sarete riusciti ad avere un Paese normale. A quel punto soltanto, i cervelli e gli onesti in fuga potranno pensare di ritornare.