Live Sicilia

Il caso

"Il filo stretto al collo"
I verbali del pestaggio


Articolo letto 13.112 volte

I due De Santis, arrestati oggi, furono al centro anche di altre vicende. Qui Livesicilia ricostruì la vicenda del pestaggio che vide tra i protagonisti anche i due titolari del 'Bucatino'.

VOTA
4.2/5
12 voti

pestaggio, sicilia, termini imerese, Palermo
Giovanni De Santis
(Ripubblichiamo una cronaca di Riccardo Lo Verso che racconta l'episodio su cui oggi gli investigatori avrebbero fatto piena luce)


PALERMO - Mezz'ora da incubo. Chiusi in una stanza e massacrati di botte. I due dipendenti dell'impresa "2D Logistica srl" di Termini Imerese hanno ricostruito il loro pomeriggio di terrore. La denuncia è costata l'arresto ai titolari della ditta di trasporti per cui lavoravano - Tiziana Carla Binaghi, Aurelio D'Amico e Francesco Marcello Comparetto -, al dipendente Francesco Paolo Saladino e al collaboratore esterno Nicola Sposito.

Il racconto delle vittime si concentra sul ruolo dei “quattro picchiatori”. Sarebbero gli uomini che martedì scorso si sono consegnati nel carcere Ucciardone. Sapevano di essere finiti nel mirino degli investigatori. Gli agenti della sezione di polizia giudiziaria della Procura di Termini erano andati a notificargli un ordine di custodia cautelare. Si tratta di Maurizio De Santis, il figlio Giovanni, Francesco Marsalone e Alessandro Lo Bello. I primi tre sono i gestori dei noti ristoranti “Il Bucatino” e “Unico” di via Principe di Villafranca, a Palermo. Lo Bello e Marsalone hanno dei precedenti legati alla droga, mentre Maurizio De Santis ha scontato una condanna per estorsione. Avrebbe anche acquisito rapporti di parentela con un esponente del clan mafioso di Porta Nuova.

Il 20 luglio scorso le due vittime, padre e figlio, denunciano l'aggressione alla polizia. I verbali resi il 18 settembre successivo fanno parte della misura cautelare chiesta e ottenuta dal pubblico ministero Antonia Pavan. L'incubo sarebbe iniziato il 5 giugno. Squilla il telefono delle due vittime. I datori di lavoro li convocano in ufficio. Non sospettano di nulla. “Venivano chiuse le due porte a chiave. Io e mio figlio restavamo all'interno dell'ufficio con i quattro nuovi arrivati - racconta il padre - , Aurelio D'Amico e Nicola Sposito. Ci presero il telefono dalla tasca, il mio lo lanciarono al muro, dopo cominciarono a interrogarci in merito al furto della merce contenuto all'interno del rimorchio”.

All'origine del pestaggio ci sarebbe, infatti. il tentativo di smascherare gli autori di una scia di furti. Per ultimo, un camion della “2D Logistica srl" sarebbe partito da Termini carico di materiale elettrico per 230 mila euro per giungere vuoto a Catania. I titolari, convinti della responsabilità dei due dipendenti, ne parlano con i De Santis e Marsalone, che hanno conosciuto perché frequentano i loro ristoranti. I tre, coinvolgendo Lo Bello, si sarebbero messi a disposizione per risolvere la faccenda. “D'Amico ci ha presentato i quattro come i proprietari della merce scomparsa -prosegue il padre -. La situazione è subito precipitata evidenziando le reali mansioni dei quattro intervenuti che erano stati evidentemente chiamati apposta per picchiarci. Non appena ho risposto che nulla sapevo del furto, cominciarono a picchiarmi violentemente, facendo lo stesso con mio figlio che pur avendo un braccio ingessato ha cercato di difendermi. Abbiano preso una serie infinita di colpi, io cercavo di difendere mio figlio ma poi mi hanno passato il filo del telefono intorno al collo e ho sentito venire meno l'aria, ho sentito D'Amico che urlava all'uomo di non uccidermi e subito dopo un altro mi ha colpito la testa con la cornetta, spaccandomela”.

Dopo le botte, le minacce per costringerli a tenere la bocca chiusa: “Cominciai a sanguinare. Mi portarono in bagno e mi fecero lavare la faccia. Uno mi minacciò 'se andate a denunciare vengo a casa e vi levo di mezzo'. Uscito dal bagno ho visto mio figlio a terra e ho pensato che fosse morto”.

Presunti autori e mandanti del pestaggio avrebbero poi cercato di costruirsi un alibi: “D'Amico chiamò i due uomini di colore addetti alle pulizie - prosegue il racconto di una delle vittime - e gli hanno ordinato di pulire tutto accuratamente. Io sono stato caricato sulla Golf di D'Amico, mentre mio figlio a braccia è stato caricato su un Fiat Doblò. D'Amico, Sposito, Saladino e la Binaghi non sapevano cosa fare e ci portarono a Ficarazzi presso una dottoressa credo cugina di D'Amico tentando di farci curare, ma lei disse che doveva portarci urgentemente in ospedale”. Si tratterebbe di un medico del Policlinico di Palermo, la cui posizione è al vaglio degli investigatori. L'ipotesi è che “abbia volontariamente omesso alcune informazioni in suo possesso”.

La ricostruzione prosegue, dunque, nell'ospedale palermitano: “Giunti al Policlinico i medici ci chiedevano cosa era successo e, come mi avevano imposto D'Amico e la Biraghi, dissi che ignoti ci avevano aggredito all'uscita dell'autostrada di Altavillla per rapina. Non ho denunciato il fatto prima perché ero molto spaventato".

Il silenzio viene rotto due mesi dopo. La tempistica della denuncia non convince i difensori degli indagati, gli avvocati Nino Zanghì, Claudio Gallina Montana e Giovanni Mannino. Secondo i legali, ci sarebbero troppe incongruenze nel racconto. Così come ci sarebbero anche una serie di episodi ancora tutti da chiarire. A cominciare dal furto della merce per 230 mila euro. Dal Tir sarebbe scomparsa la scatola nera, grazie alla quale si sarebbe potuta ricostruire la verità sulla sparizione del bottino.