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Le motivazioni della Consulta

"Ecco perché ha ragione Napolitano"
Ingroia: "Equilibrio a rischio"


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Consulta, motivazioni, napolitano, procura di palermo, Cronaca
Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano

Il conflitto di attribuzione tra il Presidente Napolitano e i magistrati di Palermo ha visto vittorioso il capo dello Stato. Ora ci sono le motivazioni della Consulta.

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ROMA - Il Capo dello Stato "deve poter contare sulla riservatezza assoluta delle proprie comunicazioni". E' in forza di questo principio, messo nero su bianco nella sentenza n. 1 del 2013 sul conflitto tra Giorgio Napolitano e la Procura di Palermo, che la Corte Costituzionale ha imposto la distruzione delle intercettazioni del Presidente captate dai pm dell'inchiesta Stato-mafia; assimilandole di fatto a quelle "eseguite fuori dei casi consentiti dalla legge". Dal Quirinale non si commenta ma si prende atto del totale accoglimento da parte della Corte costituzionale delle ragioni del ricorso: sia sul piano dell'ammissibilità sia sul piano del merito, a garanzia non della persona ma del ruolo del presidente a garanzia dell'assetto costituzionale.

Ma è proprio il principio della riservatezza assoluta che il pm simbolo di quell'inchiesta, Antonio Ingroia, ora passato alla politica e leader di Rivoluzione civile, contesta. Perché - afferma Ingroia - fermo restando il "riserbo" dei colloqui del Presidente "al quale si è sempre attenuta la Procura di Palermo" e fermo restando che "solo il giudice, non il pm può distruggere tali intercettazioni, come da sempre sostenuto dalla Procura", la sentenza "apre ad un ampliamento delle prerogative del Capo dello Stato, mettendo così a rischio l'equilibrio dei poteri dello Stato".

Al centro del caso, quattro telefonate di Napolitano con l'ex ministro Nicola Mancino, imputato per falsa testimonianza nel procedimento in corso a Palermo, le cui utenze erano sotto controllo. Le conversazioni, registrate quindi incidentalmente, sono state sempre definite "irrilevanti" dai magistrati inquirenti. Ma questi aspetti - spiega la Consulta nelle 49 pagine di motivazioni, scritte dai giudici relatori Gaetano Silvestri e Giuseppe Frigo e depositate oggi - non spostano i termini della questione. Primo, perché "non spettava ai pm" valutare la rilevanza della documentazione. Secondo, perché la distinzione tra "intercettazioni dirette, indirette e casuali" "non assume rilevanza" in questo caso. Ora quei nastri dovranno essere distrutti sotto il controllo del giudice, "non essendo ammissibile" che "alla distruzione proceda unilateralmente il pubblico ministero". Anzi, secondo la Corte, l'iter individuato dai pm per la distruzione avrebbe creato un "vulnus". Si inserisce qui l'analisi delle due strade per arrivare alla distruzione: quella che prevede un'udienza di fronte al gip con la possibilità per le parti di acquisire il materiale depositato e quella che non prescrive, da codice, un'udienza camerale.

La prima era quella individuata dalla Procura e definita dagli articoli 268 e 269 del codice di procedura penale, ma per questa via si corre il rischio che i contenuti delle conversazioni intercettate del presidente possano, un volta a disposizione delle parti, divenire pubblici. La seconda, che invece non espone a questo rischio, è quella fissata per le intercettazioni vietate dall'art. 271 cpp, in particolare dal comma 3, in base al quale il giudice "in ogni stato e grado del processo" dispone che le intercettazioni siano distrutte a meno che non costituiscano corpo del reato: questo vale qualora vengano registrate conversazioni di confessori, avvocati, investigatori privati, medici e comunque chi per legge è tenuto a un segreto professionale. Una rosa eterogenea di soggetti, riconosce la Corte, ma proprio per questo "è coerente" l'estensione di questo principio di "tutela 'rafforzata'" anche al Presidente, che - ricorda la sentenza - è anche presidente del Csm, del Consiglio superiore di difesa, capo delle Forze armate. Inoltre, ricordano i giudici costituzionali, "è indispensabile che il Presidente affianchi continuamente ai propri poteri formali, espressamente previsti dalla Costituzione, un uso discreto di quello che è stato definito il 'potere di persuasione', essenzialmente composto di attività informali". Egli è, in sostanza, il garante dell'unità nazionale. Rivelare il contenuto di suoi colloqui riservati "nel corso dei quali ciascuno degli interlocutori può esprimere apprezzamenti non definitivi e valutazioni di parte su persone e formazioni politiche, sarebbe estremamente dannoso" non tanto e non solo per il Capo dello Stato "ma anche, e soprattutto, per il sistema costituzionale complessivo, che dovrebbe sopportare le conseguenze dell'acuirsi delle contrapposizioni e degli scontri". Da qui la "riservatezza assoluta delle proprie conversazioni" su cui il Capo dello Stato deve poter contare "non in rapporto ad una specifica funzione, ma per l'efficace esercizio di tutte".

(Fonte ANSA)