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La vicenda Aedilia Venusta

Dall'espulsione all'assoluzione
Tre anni di calvario per Rizzacasa


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Tutte ebbe inizio dalla sospensione dell'Aedilia Venusta dalle liste "pizzo free". Poi venne l'espulsione da Confindustria e l'inchiesta della Procura di Palermo. Ecco la vicenda che ha riguardato Vincenzo Rizzacasa e che ha travolto anche una della realtà imprenditoriali più importanti del capoluogo.

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PALERMO – La luce alla fine del tunnel l'ha vista oggi, quando la corte d'appello di Palermo ha emesso il verdetto di assoluzione. L'architetto Vincenzo Rizzacasa, titolare dell'Aedilia Venusta, ha attraversato un calvario lungo più di tre anni prima di vedere riconosciuta la sua innocenza dalle accuse mosse, in ordine cronologico, dall'associazionismo antimafia, dalla Confindustria e, infine, dalla procura di Palermo.

Era il giugno del 2009 quando Vincenzo Rizzacasa ha visto la sua azienda sospesa a tempo indeterminato dalla lista di imprenditori puliti compilata da Addiopizzo. Ai tempi era in corso una campagna antiracket sui cantieri edili e quei cartelloni che avrebbe dovuto esporre nei luoghi di lavoro dei suoi operai sono rimasti nella sede dell'azienda. L'associazione aveva scoperto che all'interno della ditta lavoravano Salvatore e Francesco Paolo Sbeglia, padre e figlio. Si tratta di imprenditori attivi nell'ambito dell'edilizia con un importante curriculum giudiziario. A Rizzacasa fu anche restituita una donazione che lui stesso aveva fatto all'associazione con lo scopo di istituire una borsa di studio da intitolare alla moglie defunta. La decisione di Addiopizzo segna l'inizio di una strada in salita. In piena estate, infatti, arriva l'atto più significativo: l'espulsione da Confindustria in ossequio al codice etico che ha segnato la recente storia dell'associazione degli industriali. Provvedimento contro cui Rizzacasa fa appello ma senza ottenere soddisfazione.

La deflagrazione del caso arriva fin dentro i migliori salotti di Palermo. Il principale committente della Aedilia Venusta era, infatti, il “Gruppo Venti”, l'iniziativa imprenditoriale nata da un'idea di Ettore Artioli che metteva assieme il fior fiore dell'imprenditoria panormita. Dopo lo scoppio del caso, la società è stata attraversata da un terremoto che ha portato alcuni dei soci a liquidare le proprie quote e, mentre Artioli lasciava il timone nelle mani di Edoardo Governale, il contratto che li legava alla ditta di Rizzacasa per i lavori di ristrutturazione di uno stabile è stato rescisso unilateralmente. Una scelta etica coraggiosa quella del “Gruppo Venti” - non esiste, infatti, giustificazione legale a un tale atto – che ha pagato con un contenzioso chiuso col pagamento di quasi un milione di euro per liquidare la società di Rizzacasa. Lo stessa società, ormai dilaniata al suo interno, ha deciso di chiudere i battenti e il 23 luglio 2010 è stato nominato liquidatore il commercialista Giovanni Maniscalco.

Alle attenzioni giornalistiche e della società civile, presto si aggiungono quelli della magistratura requirente che conclude il suo lavoro di indagini nel giugno 2010 con un'operazione dal nome evocativo - “mafia-appalti” - che porta all'arresto di diciannove persone. Fra loro spicca anche il nome di Francesco Lena, titolare della nota società “Abbazia Sant'Anastasia Spa” di Castelbuono. Insieme a loro figura parte del gotha della mafia palermitana con nomi del calibro di Nino Rotolo e Franco Bonura. E numerosi componenti della famiglia Sbeglia accusati, a vario titolo, di intestazione fittizia e trasferimento fraudolento di beni.

Il processo, diviso in due tronconi – abbreviato e ordinario – si è concluso in primo grado con la sentenza di condanna di Vincenzo Rizzacasa per favoreggiamento semplice, al netto, quindi, dell'agevolazione mafiosa. Il giudice ha ordinato anche il dissequestro della sua società salvo poi il congelamento del provvedimento da parte dei giudici di sorveglianza. Per Lena, invece, un’assoluzione piena.

Oggi la pronuncia del secondo grado che libera Vincenzo Rizzacasa dalla macchia della condanna, seppure senza l’aggravante mafiosa. Del resto lui si è sempre difeso dalle accusa mostrando le iniziative sociali che ha portato avanti anche in tempi non sospetti, quando era il preside dell’istituto d’arte di Santo Stefano di Camastra, in provincia di Messina. Un incontro con oggetto le “attività didattiche volte a sviluppare nei giovani una coscienza civile contro la criminalità organizzata” a cui ha partecipato Paolo Borsellino. Era il 1984. E Rizzacasa non ha mai nascosto di aver agito nei confronti degli Sbeglia con la volontà di reintegrare chi ha avuto un passato difficile.