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Fuori il pioniere antiracket
“Il mio? Un errore di gioventù”


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Il presidente della Piccola impresa di Confindustria Palermo, Giosafat Di Trapani, escluso dalla lista di "Fermare il declino" dopo un articolo: era stato condannato in primo grado, e poi assolto per prescrizione, con l'accusa di aver riciclato i soldi di Ciancimino. Ma poi è stato fra i primi a denunciare il pizzo nel capoluogo. Ecco la sua storia.

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PALERMO – La svolta arrivò nel dicembre 2007. Erano passati pochi mesi dal nuovo corso anti-racket di Confindustria e gli imprenditori palermitani incontrarono il questore. “Giuseppe Caruso ce lo disse chiaramente: 'Qui non denuncia nessuno'”. Bisognava dare il buon esempio: “Ma allora gli imprenditori che denunciavano erano pochissimi e l'area industriale di Carini era sotto il controllo della famiglia Pipitone. Alla fine mi decisi, andai dai carabinieri e denunciai”. Ma attenzione: questa non è la storia di uno dei pionieri della rivolta anti-pizzo. Questa è la storia di un impresentabile. O meglio: di un candidato definito così.
Il 17 gennaio a Giosafat Di Trapani porta male. In quella data, nel 1992, fu condannato in primo grado a un anno e otto mesi per favoreggiamento. Nella stessa data, 21 anni dopo, su “Il fatto quotidiano” è stata pubblicata la lettera con la quale il leader di “Fermare il declino”, Oscar Giannino, ha annunciato che l'imprenditore non farà parte della sua lista per la Camera: “Ieri – ha scritto Giannino rispondendo a un articolo del 'Fatto' su quella vecchia vicenda - mi avete fatto passare una brutta mattinata, perché in materia di legalità e lotta alla mafia la vigilanza da esercitare verso politica, imprese e pubblica amministrazione non è mai abbastanza. A questo serve la stampa libera, oltre che la magistratura, e ve ne sono grato”.
La storia, però, è complessa. Per ricostruirla bisogna andare indietro fino al 1982, quando l'attuale presidente della Piccola impresa confindustriale era poco più che ventenne. “Io e Massimo Ciancimino eravamo due ragazzi – racconta oggi Di Trapani – C'eravamo conosciuti al Cei e ci frequentavamo”. Il padre di Di Trapani, allora, aveva un'impresa attiva nel mondo dell'edilizia: “Lavorava il legno, realizzava porte e infissi”. È qui che arriva la mafia. Perché la mafia, in questa storia, va e torna. Ma in ruoli diversi.
Carini, anni Ottanta. Cosa nostra scopre le potenzialità dell'edilizia nel settore del riciclaggio. E investe: “Mio padre – prosegue Di Trapani – non aveva rapporti con questi personaggi, e così in un anno il nostro fatturato crollò. In un anno passammo da 15.000 a 900 porte fornite. Perdemmo un miliardo di lire in un solo anno, e a un certo punto una banca ci chiese di rientrare”. Di Trapani sa che il padre del suo amico è Vito Ciancimino. Attenzione: "Non era il mafioso 'don Vito', ma un politico sulla carta ancora presentabile. All'epoca Ciancimino non aveva avuto nessun tipo di restrizione. Sapevo che il padre era potente e chiesi a Massimo: 'Come puoi aiutarmi?'”.
Ciancimino, ovviamente, può aiutare i Di Trapani. “Mi diedero due o tre libretti al portatore e li consegnai alla banca come garanzia”. Poi, però, arrivano i guai. Per Ciancimino, e di riflesso per Di Trapani. “Quando scattò il primo maxisequestro a Ciancimino, Falcone mi convocò – ricorda il presidente dei piccoli imprenditori – Mi presentai senza avvocato, perché ero tranquillo, ma all'inizio provai a dire che i libretti erano miei. Falcone mi rispose: 'Non mi racconti fesserie'. E io gli dissi tutto, per filo e per segno”.
Il reato c'è, e oggi come allora Di Trapani non lo nega. “I tempi del processo – continua Di Trapani – furono lunghi. Incontrai un'altra volta Falcone, all'epoca giudice istruttore, alla presenza del pm, Alberto Di Pisa, e poi non ne seppi quasi più niente. La condanna arrivò otto anni dopo”. Tempi lunghi uguale prescrizione. Che arriva, puntuale, durante il processo d'appello. “A quel punto gli avvocati mi chiesero 'accettiamo la prescrizione o chiediamo l'assoluzione nel merito?'. Io, onestamente, non ne potevo più e accettai. Così pensavo di avere archiviato quella ca...ata di gioventù”.
In un primo momento è davvero così. “Nel 2000 – dice Di Trapani – mi aggiudicai l'appalto per gli arredi della procura di Palermo. Poi vinsi anche quello per l'allestimento della Conferenza Onu contro la criminalità organizzata. Né in un caso né nell'altro furono sollevate eccezioni: d'altro canto, se ci fosse stato un problema, non avrei potuto neanche partecipare”. Le ombre della mafia, del favoreggiamento a don Vito, sembrano cancellate. Ma non è così.
Prima che i fantasmi di quella storia tornino, però, la mafia si presenta di nuovo. E stavolta mostra il suo volto crudele. È il 2004 e nell'azienda di Carini si fanno vivi gli estorsori. “Prima imposero le sublavorazioni, fra l'altro a prezzo di mercato. Poi, appena si resero conto che l'azienda andava bene, mi chiesero 50 mila euro”. Di Trapani paga. “Era difficile pensare a un'alternativa: la famiglia Pipitone controllava la zona”. Poi, però, arriva la svolta di Confindustria. E la riunione con il questore. “A quel punto – racconta Di Trapani – parlai con Alessandro Albanese, e tramite lui con Enrico Colajanni”. Il percorso, però, non è facile: “Colajanni aveva appena fatto nascere 'Libero Futuro', ma allora gli imprenditori che denunciavano erano pochi. Fu difficile soprattutto l'approccio psicologico, la domanda: 'E poi che succede?'”.
Poi, però, succede che Di Trapani si presenta, fra i primissimi a Palermo, dai carabinieri. E dopo le denunce arrivano gli arresti. E dopo gli arresti le condanne. E poi altre denunce. “A quel punto spinsi altri imprenditori a ribellarsi. Diventammo sempre di più: non potevano uccidere tutti”. Ma la mafia si ripresenta. Questa volta il teatro è Brancaccio: “Venne uno in un mio cantiere e chiese il 3% dei lavori. Avvisai la polizia, un agente si travestì da muratore, lo filmò e lo incastrò. Tre o quattro giorni dopo, l'estorsore fu arrestato. Passarono pochi giorni e Santino Puleo, il mio taglieggiatore, diventò un pentito”.
La svolta sembra cancellare tutto. Anche se Di Trapani sceglie la strada della discrezione: “Giosafat – spiega Enrico Colajanni – ha fatto un percorso più che lineare. Noi non diamo patenti di verginità, ma le vicende del suo passato sono abbondantemente cancellate dagli anni trascorsi al nostro fianco. Non abbiamo assolutamente nessun dubbio su di lui, che non ha neanche voluto sollevare clamore sulle sue denunce”.
Il clamore, però, arriva dopo la discesa in politica. E siamo a mercoledì: prima l'affondo del “Fatto”, poi il ritiro della candidatura. “L'abbiamo concordato al telefono io e Oscar Giannino, del resto avevo già pensato di ritirarmi”, assicura Di Trapani. Per il leader di Fermare il declino, però, c'è un vizio di partenza: “Di quella condanna poi prescritta lo abbiamo appreso da voi, non da lui”, ha scritto Giannino al “Fatto”. “È vero, probabilmente Oscar non lo sapeva – garantisce l'imprenditore – ma immaginavo che qualcuno avesse fatto delle ricerche sul mio nome. Su Google quella storia è fra i primi risultati. Perché non l'ho detto? Perché per eccesso di pudore questa storia non la racconto mai, perché ha segnato la mia vita. Perché in qualche modo l'ho rimossa”.
E adesso? Adesso Di Trapani si ferma. È amareggiato e non lo nega: “Di questa storia mi dà fastidio che alcuni, riprendendo la vicenda, abbiano scritto 'condannato' e 'per mafia'. Non ho condanne e anche in primo grado l'accusa non era mafia”. La politica, però, adesso verrà messa da parte. Il presidente di Confindustria Palermo, Alessandro Albanese, lo spiega con una battuta: “Sono felice, così Giosafat potrà continuare a lavorare per Confindustria. È una risorsa importante per noi”. E lui? Voterà 'Fermare il declino'? L'imprenditore glissa: “Continuo a credere nei valori liberali”. Di certo, non più da candidato.