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LA CORSA ALLE POLITICHE

La politica al tempo
dei partiti taxi


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Le liste somigliano ormai a vetture a noleggio buone per percorrere un breve tragitto, fino all'agognata poltrona. E con disinvoltura ci si esibisce in salti della quaglia e alleanze improbabili.

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C'erano una volta i partiti. Democristiano, o comunista, o magari repubblicano, alle volte ci nascevi. E ci restavi, più o meno, vita natural durante. Certo, i cambi di casacca capitavano pure, ma rari, e spesso clamorosi. Perché l'adesione a un partito, ai tempi dell'ideologia, era un elemento caratterizzante dell'identità dell'essere umano. Il liberale del paesino di provincia, l'uomo del Pli per capirci, liberale restava forever, anche quando arrivava il pezzo grosso del partito e toccava organizzare comizi con quattro partecipanti quattro. Così funzionava un tempo. E gli strappi, quando arrivavano, si consumavano spesso sulla base di contese altissime, sui massimi sistemi.

Questo era un tempo, certo. Oggi, la musica è cambiata. Sì, i partiti, o qualcosa che così si chiama, esistono ancora. Ma nascono, muoiono, si compongono e tramutano nel tempo di un amen. E spesso assumono le sembianze di un taxi. Sì, di una vettura a noleggio buona per percorrere un breve tragitto, quello che porta il politico (o politicante) di turno, all'agognata poltrona, per poi scendere, ringraziare e cominciare un'altra corsa, prendendo la coincidenza su un'altra vettura di comodo.

Spettacolo desolante, per molti versi, al quale, però, ci stiamo tanto abituando da non farci quasi più caso. Può capitare, in questa sarabanda di promesse solenni di ritiro in campagna gettate alle ortiche dopo un paio di mesi e di candidati che un partito scopre improvvisamente impresentabili a gentile richiesta, con uno sprezzante marameo a tredicimila elettori delle primarie, le cui monete da due euro erano state però incassate con un sorriso. Tutto diventa normale, cronaca di routine sulle pagine politiche, come se la politica, lemma di nobilissima genealogia, davvero qualcosa c'entrasse col viavai di taxi e corriere.

Si sale e si scende, passando con disinvoltura da destra a sinistra e viceversa. In questi casi, utilissimo si rivela il passepartout dell'autonomismo e della vocazione al “territorio”, jolly per tutte le stagioni, in nome del quale consumare i più spettacolari e arditi salti della quaglia. In questa campagna elettorale ne stiamo vedendo di cotte e di crude. E lo spettacolo non è troppo diverso da quello delle ultime regionali, prima e dopo il voto. In un'Ars che si è insediata da meno di due mesi, i cambiacasacca non si contano più. Ha cominciato Salvo Lo Giudice: eletto con la lista di Nello Musumeci con una barcata di voti, non ha aspettato nemmeno la prima seduta per passare con Territorio, movimento che sostiene Rosario Crocetta. Pochi giorni dopo Mimmo Fazio ha lasciato il Pdl per aderire a misto e Nicola D'Agostino, eletto nell'Mpa è passato con l'Udc, insieme a Giovanni Pistorio, che ha fatto giusto in tempo per accasarsi al secondo posto della lista dei casiniani per la Camera. Altro giro altra corsa. E l'elenco negli ultimi giorni si è arricchito con gli “eretici” usciti da Grande Sud. Per sparpagliarsi nel centrosinistra.

Sì, perché nel frattempo è partita la corsa per le Politiche. Ed ecco altri taxi da prendere al volo per mantenere il posto al sole. I retroscenisti si sono sbizzarriti, ad esempio, nel narrare la calca alla fermata per salire sul torpedone della lista centrista di Tabacci, alla quale, pare, tutti ambivano, purché garantiti da un posto di capolista. Fino alla inaspettata comparsa a mo' di fungo, di una nuova lista last minute, quella dei Moderati, che fa capo a un misconosciuto onorevole Portas. Lista che a sua volta si aggiunge a quella del Megafono, dove si è accomodato Beppe Lumia evitando la perdita di tempo delle primarie che invece è toccata ai suoi compagni del partito nel Pd. Perché alla fine, con quel fior di sistema elettorale cui la vulgata ha attribuito un meritato nomignolo suino, il partito in cui candidarsi lo si sceglie anche sulla base dei vuoti lasciati da altri. Uno spazio vuoto? Ed ecco che subito si trova il volenteroso politico in cerca di rilancio pronto ad occuparlo. Sempre, si intende, nel nome del cambiamento.

Ma a chi e a cosa servono partiti così? Se li si può cambiare con la stessa facilità della biancheria intima, è anche perché forse si somigliano troppo, e grattando sotto gli slogan si trova poco o pochissimo. Sempre a titolo esemplificativo, ma davvero si può per anni strombazzare il sacro valore dell'autonomia, il riscatto del Mezzogiorno contro lo strapotere nordista, il rilancio del meridionalismo duro e puro alla faccia dei partiti nazionali, e poi stringere un patto elettorale nella coalizione della Lega Nord? Dobbiamo controbilanciare il peso del Carroccio, argomenta qualcuno. Come se il partito degli animalisti e quello dei cacciatori andassero a braccetto, alleati, per ripristinare l'equilibrio. Logico, no? E dire che un tempo la chiamavano politica.