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CONDANNA IN APPELLO

"Estorsione e fondi neri"
Sei anni e mezzo a Di Vincenzo


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Le accuse reggono anche in secondo grado. Pietro Di Vincenzo ottiene solo uno sconto di pena. La condanna per l'ex presidente degli industriali di Caltanissetta passa da dieci a sei anni e mezzo.

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L'imprenditore Pietro Di Vincenzo
CALTANISSETTA - Le accuse reggono anche in appello. Pietro Di Vincenzo ottiene solo uno sconto di pena. La condanna per l'ex presidente degli industriali di Caltanissetta passa da dieci a sei anni e mezzo di reclusione. Il procuratore generale ne aveva chiesti dodici.

Di Vincenzo è stato arrestato nel giugno del 2010. Nel gennaio 2012 ha ottenuto i domiciliari. Tre le accuse che gli vengono contestate. Innanzitutto quella di avere estorto denaro ai suoi dipendenti, costringendoli a restituire parte delle somme indicate nelle buste paga. Soldi che poi l'ex presidente dell'Anci avrebbe versato in alcuni libretti al portatore intestati ai lavoratori. Un modo per creare un contenitore di fondi neri. Di Vincenzo avrebbe pure, secondo la Procura, ceduto fittiziamente ad alcuni prestanome il ramo della sua azienda che si occupava dello smaltimento dei rifiuti. Uno stratagemma per evitare che lo Stato mettesse le mani sul suo patrimonio. L'ex presidente degli industriali era imputato pure della ricettazione del fonogramma della Guardia di Finanza in cui erano indicati i beni che dovevano essere sequestrati nel 2006. L'imprenditore ne sarebbe venuto in possesso un giorno prima che scattasse la misura di prevenzione. Di Vincenzo, pochi mesi dopo l'arresto, ha reso dichiarazioni ai pm nisseni a proposito dei finanziamenti dati a politici, in trent'anni di attività imprenditoriale al centro degli affari pubblici.

Arrestato una prima volta nel febbraio 2002 con l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, Di Vincenzo fu condannato in primo grado e assolto dalla Corte d’appello di Roma nell'aprile del 2008. Ha subito anche la confisca di beni per 280 milioni di euro. Il provvedimento è stato confermato in secondo grado da un'altra Corte d'appello nissena e riguarda una sfilza di immobili e partecipazioni societarie. Alla base della misura patrimoniale la presunta vicinanza di Di Vincenzo con Angelo Siino, il cosiddetto ministro dei Lavori pubblici di Cosa nostra. Grazie alle sue collusioni con Cosa nostra avrebbe ingrossato il suo patrimonio. Una ricostruzione bollata come falsa dal difensore dell'imprenditore, l'avvocato Gioachino Genchi: “Non c’è una sola sentenza a confermare l'assunto accusatorio della Procura generale che ritiene illegittima la provenienza del patrimonio. Di Vincenzo pagava il pizzo, ha subito estorsioni. Sicuramente ha dovuto piegarsi ai compromessi e agli accordi che regolano il mondo dell’imprenditoria. Ha pure pagato il pizzo, ma se è stato sottoposto a estorsioni come si può affermare che era vicino alla mafia? Vi risulta che la mafia faccia pagare il pizzo a chi considera amico?”.

Al processo per l'estorsione ai danni dei suoi dipendenti gli avvocati Genchi e Mirko La Martina hanno respinto le accuse: “Nessun lavoratore ha mai detto di avere firmato lettere di licenziamento in bianco, di avere mai rinunciato sotto costrizione a ferie e malattie ed a tutti venivano corrisposte la tredicesima e la quattordicesima mensilità di stipendio. Ma abbiamo visto chi sono coloro che accusano Di Vincenzo? Michele Dell'Utri in primis, colui che ha percepito qualcosa come 900 mila euro da Di Vincenzo, che sottobanco si è pure appropriato di 4 milioni di euro dalle casse dell’impresa (per l’estorsione a Dell’Utri Di Vincenzo è stato assolto, n.d.r.) ed ha avuto pure l'ardire di costituirsi parte civile nel processo per chiedere conto di non si capisce quali danni. Ed è pure strano che la Procura nissena non abbia investigato su Dell’Utri, stiamo parlando di un ammanco di 4 milioni, ma agli inquirenti questo non interessava”. Ed ancora: “Un altro dei dipendenti, Gerlando Turco, percepiva 3 milioni e 200 mila lire al mese negli anni 90. Questo significa sottopagare le persone? Andiamo al caso di Fabrizio Turco, fratello di Gerlando. Per farlo lavorare, Di Vincenzo decise di destinarlo al dissalatore di Gela, ma questi rifiutò e decise di rimanere tranquillamente a casa. Di Vincenzo, a quel punto inviò un preavviso di licenziamento, ma questo vuol dire commettere un'estorsione? Tra l'altro il licenziamento, di fatto, non divenne mai esecutivo”.