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Palermo, il processo

Un testimone: "Mineo? Benefattore"
E Scotto si scorda del fratello


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Franco Mineo

Al processo a Franco Mineo, sul banco dei testimoni siede Pietro Scotto. Processato - e assolto - per la strage di Capaci, ha ammesso di frequentare per diletto l'agenzia di assicurazione del politico, ma di non aver mai ottenuto favori da lui.

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PALERMO – “Conosce Gaetano Scotto”. “No, non lo conosco”. Silenzio in aula, qualcuno sorride. “Ma guardi che è suo fratello...”. “Ah, me frati, ma certo che lo conosco”. Il siparietto si svolge nell'aula della quinta sezione penale del tribunale di Palermo nel processo a Franco Mineo, per fittizia intestazione di beni e trasferimento fraudolento, e a Settimo Trapani, per malversazione. Il protagonista della colossale amnesia è Pietro Scotto, fratello, appunto di Gaetano, che siede sul banco dei testimoni con evidente malavoglia, prima di lasciare il passo a Silvia Alioto, segretaria dell'associazione “Caput mundi”, che ha dipinto l'imputato come un "benefattore".

Il principale elemento emerso nell'udienza è che l'agenzia di assicurazioni di Franco Mineo, all'Arenella, era una sorta di luogo di ritrovo per gli abitanti della borgata marinara di Palermo. Gli investigatori, piazzando le microspie, hanno captato conversazioni che sono state poi riversate nell'atto d'accusa al politico. In un periodo che va da giugno a ottobre 2008, sono state registrate dodici visite da parte di Angelo Galatolo, ritenuto ai vertici della locale famiglia mafiosa e ritenuto il reale intestatario dei beni acquistati da Franco Mineo. Ma dall'agenzia passava anche Pietro Scotto. “Sì, sono andato a trovare a Mineo all'assicurazione. Stavamo lì, al bar, si rideva, si scherzava e a volte ci ritrovavano nell'assicurazione di Mineo” spiega alla corte. Ma serve un passo indietro.

Pietro Scotto è stato accusato di aver operato delle intercettazioni abusive sull'utenza della madre del giudice Paolo Borsellino. Avrebbe, così, partecipato con un ruolo fondamentale, nella strage di via D'Amelio, vicenda confermata dal pentito-patacca Antonio Scarantino. Le accuse, infatti, sono crollate nel secondo grado di giudizio dopo che il tribunale di Caltanissetta l'aveva condannato all'ergastolo. Sul groppone di Pietro Scotto, però, c'è una condanna a 16 anni per associazione a delinquere finalizzata al traffico internazionale di stupefacenti. La sua scarcerazione è avvenuta nel gennaio 2007. Suo fratello Gaetano è fra le persone scagionate in seguito alle dichiarazioni di Gaspare Spatuzza che hanno spazzato via la finta verità costruita sulle dichiarazioni di Scarantino.

Pietro Scotto spiega di conoscere Franco Mineo sin da quando erano bambini, “ci consociamo dalla borgata, da quando eravamo piccoli” dice. Mentre i Galatolo li ha conosciuti in carcere, all'Asinara, nel periodo di detenzione seguito alla strage di via D'Amelio. Il pm ha chiesto se lui avesse mai chiesto un lavoro a Mineo, ottenendo risposta negativa. “Mineo si è interessato alla sua assunzione all'ufficio ville e giardini del comune di Palermo?” chiedono inoltre i pm Pierangelo Padova e Dario Scaletta. “No” è la risposta secca. “Mai parlato di cose elettorali, mai chiesto voti per lui?”. “No, io non voto” taglia corto Pietro Scotto che cede il banco dei testimoni a Silvia Alioto.

La giovane spiega di aver fatto da segretaria per l'associazione “Caput Mundi” presieduta da Settimo Trapani, oggi presidente della settima circoscrizione. La onlus entra nel processo perché, secondo l'accusa, alcuni dei fondi destinati alle attività sociali sarebbe confluiti invece nella cassa per la campagna elettorale di Mineo. Silvia Alioto si è presentata come volontaria e ha spiegato di aver ricevuto pagamenti solo quando il suo nome è stato inserito in progetti (dedicati ad anziani e bambini) sempre col ruolo di segretaria. Poi, a proposito di Franco Mineo, aggiunge: “L'ho conosciuto e seguito in campagna elettorale, gli facevo da segretaria: organizzavo eventi e riunioni”.

Secondo la donna, Mineo avrebbe fatto da benefattore nei confronti dell'associazione. Spesso, infatti, non veniva finanziato l'intero importo richiesto nei progetti e a integrare la somma ci pensava Mineo. Ma lei le mani sulle carte finanziarie non le ha mai messe. “Conoscevo le richieste presentate per i progetti ma non quanto alla fine veniva finanziato”. Infine, prima del congedo, i pm leggono un'intercettazione ambientale in cui, presente l'Alioto, qualcuno dice: “Dobbiamo rubare 20 mila euro”. Una scrollata di spalle e la risposta più semplice: “No, non ricordo” ha concluso Silvia Alioto.