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Il libro

L'indimenticato primo amore
di Roberto Alajmo


Il giornalista e scrittore palermitano presenta "Il primo amore non si scorda mai, anche volendo", ultima sua fatica letteraria, all’auditorium della sede Rai di Palermo per un pubblico numeroso e divertito.

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PALERMO - Si ride molto alla presentazione dell’ultimo libro di Roberto Alajmo, giornalista e scrittore palermitano, Il primo amore non si scorda mai, anche volendo, tenuta dall’autore all’auditorium della sede Rai di Palermo per un pubblico numeroso e divertito. Più che una presentazione, a tratti sembra quasi una serata estiva, tra amici, in cui quelli più divertenti e dalla parola più fluida raccontano frammenti di vita memorabili. Frammenti di vita propria eppure, in qualche modo, di tutti. Unica condizione, per partecipare a questo gioco godendone appieno, è un certo tipo di carta d’identità (che denunci un’età non inferiore ai quaranta).

Solo così, mentre sullo schermo dell’Auditorium scorrono le immagini in bianco e nero del Carosello dei tempi che furono, si può sorridere di quegli slogan ingenui e familiari, da “gigante, pensaci tu! Ci penso io” a “metti un tigre nel tuo motore” a “la pancia non c’è più”; delle facce vere e non plastificate di Raimondo Vianello e di Ernesto Calindri, della lunghezza interminabile di quelle piccole storielle che niente avevano a che fare col prodotto che infine, con una piccola codina, pubblicizzavano. Prodotti anch’essi obsoleti: caffettiere, lavatrici destinate a durare per sempre, gelati dai colori improbabili. E’ un modo per ricordare e per ricordarci, dice Alajmo, che siamo – i presenti e i suoi contemporanei – l’ultima generazione. Non nel senso, ovviamente, apocalittico (sebbene….), ma in quello più banale di ultimi depositari di certi riti e miti infantili e adolescenziali, che sono raccontati nel libro, in forma di brevi racconti.

Ultimi ad aver preso “legnate” dai genitori, ad aver detto “ascaretto”, ad aver usato i gettoni del telefono, ad aver bevuto Ovomaltina, ad essere andati a dormire alle nove, dopo Carosello. Riti e miti che si consolidano in ricordi, cicatrici della memoria, spartiacque dell’esistenza fra un prima, ricco di immagini, di colori e di sapori, a cui continuamente si attinge; e un dopo, scolorito e comune, quello della vita adulta e consapevole. Nel prima c’è il rito – collettivo, davvero – dell’estrazione delle tonsille. Funesto prodotto di una generazione di pediatri risolutamente assertori dell’inutilità di quelle strane appendici che, a vivo, strappavano via dai piccoli pazienti immobilizzanti da infermiere possenti e spietate. Passa meno di una generazione e la scienza muta opinione, con la stessa risolutezza, e salva legioni di bimbi dalla barbarie di quella chirurgia da campo, e dal sadismo involontario dei genitori che promettevano gelato a volontà. Di limone, naturalmente. Un gusto che nessun bambino in quanto tale può prediligere. Non mancano nel corso della serata altri classici dell’infanzia e adolescenza anni ’60 e ’70, da “s’arroccò il pallone” che equivaleva al triplice fischio dell’arbitro e poneva fine a partite di calcio da strada cominciate ore prima, alla fatidica ‘passeggiata & dichiarazione’ con risposta multipla: “ci devo pensare” (traduzione: devo chiedere alle mie amiche che cosa ne pensano) ovvero “sabato ti do la risposta” (traduzione: ho qualche giorno di tempo per trovare un’alternativa); al ballo lento in cui, vuoi per il volume alto e sporco di musica a bassa tecnologia vuoi per le differenti altezze dei ballerini, ci si parlava senza capirsi e azzardando risposte vaghe di cui era facile pentirsi (“in che scuola vai?” “non lo so”).

In definitiva l’unica tristezza che queste immagini portano con sé è quella di non averle potute condividere con chi è venuto dopo: con i figli. A loro, ci dice Alajmo, si vorrebbe mostrare quel “come eravamo”, da loro vorremmo essere letti, a loro - che alle nove di sera escono di casa, che giammai sottoporremmo alla tortura dell’estrazione di tonsille, cui abbiamo propinato cibi sani e non arcobaleno come il mitico ghiacciolo - vorremmo lasciare qualcosa di quei ricordi. Per fortuna c’è la letteratura. Non è a questo infatti che serve (anche) scrivere? Il ricordo diventa racconto e la verità del fatto accaduto diventa verità letteraria, la vita storia, la materia grezza parola scritta. Il libro promette bene, dunque, e non rimane che immergersi in quei giacimenti della memoria che resistono ad ogni intemperie esistenziale, a quei primi amori che appunto non si scordano, anche volendolo.