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Un altro imprenditore denuncia
Due arresti per tentata estorsione


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Emilio Pizzurro e Giovan Battista Barone

Il racket e il coraggio della denuncia. Un altro imprenditore parla e provoca due arresti, sostenuto dai vertici regionali di Confindustria. La vicenda - raccontata in tutti i particolari da Riccardo Lo Verso - arriva a poche settimane dal caso che ha visto protagonista lo chef Natale Giunta. LA DENUNCIA DI NATALE GIUNTA - NATALE GIUNTA: "VI RACCONTO IL MIO INCUBO" (LIVESICILIA PRIMETIME)

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PALERMO - Avrebbero preteso duecentomila euro dall'impresa che si era aggiudicata l'appalto per la sanificazione e le pulizie in alcuni ospedali palermitani. Ed invece si sono scontrati con il coraggio e la fermezza di un imprenditore iscritto a Confindustria che non ha esitato a denunciarlo. In manette sono finiti Giovan Battista Barone, 49 anni, ed Emilio Pizzurro, di 54. Entrambi sono accusati di tentata estorsione, mentre sul capo di Barone è caduta la più pesante accusa di associazione mafiosa. Farebbe parte della cosca di Palermo Centro. Dopo la sua scarcerazione, avvenuta il 17 dicembre 2009, era tornato a muoversi negli ambienti mafiosi.

Già il 26 ottobre 2010 di lui parlavano Giuseppe Bellino e Giovanni Adamo entrambi arrestati dai carabinieri nell'operazione Hybris del luglio 2011. La tabaccheria di Bellino, al Villaggio Santa Rosalia, era il crocevia dei mandamenti mafiosi di Pagliarelli, Porta Nuova e Passo di Rigano. Bellino non aveva una grande considerazione di Barone e non lo nascondeva: “... alla fine qua il popolo di dovrebbe volere bene, purtroppo siamo noi che non siamo nelle condizioni di poterci far volere bene... però Giovà oggi siamo questi, domani facendo corna ci arrestano a tutti, nasce gente nuova e questa gente nuova si mette accanto a Giovanni il Barone”. Il malcontento della gente nasceva dal fatto che ai commercianti veniva imposto, a tappeto, l'acquisto di un blocchetto al giorno per la riffa di Cosa nostra.

Barone, dunque, sarebbe subito rientrato nel giro. Circostanza che emergerebbe pure dal lavoro degli agenti della sezione Criminalità organizzata della Squadra mobile, guidati da Nino De Santis e Maurizio Calvino, che lo scorso ottobre, con l'operazione Atropos, hanno azzerato la famiglia mafiosa della Noce. Barone, ad esempio, era al corrente della riunione convocata nel marzo 2011 da Alessandro D'Ambrogio, oggi a piede libero e indicato da più parti come il capo nella zona di Palermo Centro: “Alessandro D'Ambrogio è uscito e si è riunito con tutti i picciutteddi... Masino... Nicola... Paoluzzu”. Barone faceva riferimento a Tommaso Di Giovanni, Nicola Milano e Paolo Suleman. Tutti e tre sarebbero stati arrestati da lì a poco.

Barone, dunque, secondo gli investigatori, sarebbe inserito nelle dinamiche di Cosa nostra. Dinamiche in cui il pizzo resta una delle voci principali nel bilancio dei clan mafiosi. In questo contesto si innesta la tentata estorsione al titolare dell'impresa che ha vinto la gare per le pulizie in alcuni ospedali palermitani. Una vicenda che salta fuori nell'estate di due anni fa quando un dipendente dell'impresa viene avvicinato da due uomini in un bar di corso Calatafimi, non lontano dall'ospedale Ingrassia. I due dicevano, senza giri di parole, di appartenere alla famiglia mafiosa di Palermo Centro. Pretendevano 500 mila euro che potevano scendere a quota 200 mila. Sapevano pure che l'impresa si era aggiudicata due appalti per circa sette milioni di euro. Poi, è iniziata un'escalation di intimidazioni. Due dipendenti dell'impresa hanno ricevuto telefonate anonime. Alla sorella di uno di loro hanno incendiata la macchina. “Questo è il regalo per te e l'amico tuo che siete cornutazzi e sbirri e pezzi di fango. E ancora devi vedere cosa deve succedere”, diceva una voce al telefono rivendicando l'attentato incendiario. Infine, è toccato al titolare dell'impresa subire delle pressini telefoniche: “Quello che è successo sinora non è niente, pezzo di cornuto ti devi mettere in regola”.

L'imprenditore si è rivolto subito alla polizia. Il suo dipendente, impaurito e sfiduciato nel lavoro delle forze dell'ordine, gli aveva confidato i nomi di chi aveva avanzato la richiesta estorsiva: Giovanni ed Emilio. Poi, è arrivato anche il riconoscimento fotografico di Barone e Pizzurro. E il telefonio di quest'ultimo, che ha un negozio di fiori in corso Calatafimi di fronte l'ospedale Ingrassia, è stato messo sotto controllo. Si è scoperto che Pizzurro aveva allertato un suo dipendente di avvisarlo quando in zona Calatafimi si faceva vivo il dipendente della ditta nei pressi dell'ospedale Ingrassia: “Devo beccare quello scimunuito delle pulizie... il titolare qua”. Detto fatto: il 21 marzo 2012 qualcuno ha avvisato Pizzurro : “Quella persona è entrata ora... è con il motore”.

I poliziotti sono certi che alla prima richiesta di pizzo Barone fosse in compagnia di Pizzurro. Il suo telefono, che era già intercettato in un altra inchiesta, quel giorno ha agganciato la cella di corso Calatafimi. E poi, da mesi i due erano in contatto costante. C'è un altro episodio sul conto di Pizzurro. Nel giugno del 2011 ha ricevuto nel suo negozio la visita di Antonino Lauricella, lo scintillone, il boss della Kalsa, allora latitante che il settembre successivo sarebbe stato arrestato. Il motivo dell'incontro fa parte di un altro capitolo investigativo ancora da approfondire.