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La guerra infinita

Caselli contro Grasso
La glaciazione dell'antimafia


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Gaetano Savatteri

Caselli contro Grasso. Travaglio contro Grasso. Grasso contro tutti. Gaetano Savatteri, inviato del Tg5, che ha raccontato molte volte l'incandescenza della Procura di Palermo, continua la collaborazione con Livesicilia. E ci svela tutto.

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PALERMO - L’ultima era dell’antimafia è quella della glaciazione. Una cappa di gelo, segnata da sospetti, accuse e polemiche, che anima i dibattiti televisivi e giornalistici, ma che finisce per ricacciare successi, vittorie e conquiste – giudiziarie e sociali – in un perenne l’altro ieri. L’ultimo episodio che vede Marco Travaglio contro Piero Grasso, Piero Grasso contro Marco Travaglio e ora Giancarlo Caselli contro Piero Grasso, segna l’accanimento senza fine sopra una ferita che non si è rimarginata, ma che è rimasta aperta, solo perché si è incancrenita alle basse temperature di uno scontro nato dentro la procura di Palermo e vecchio di quasi un ventennio.


La ricostruzione di questo dissidio interno alla magistratura più impegnata nella battaglia a Cosa Nostra sarebbe lunga e difficile. Per riassumere, basta dire che la prima frattura si registra all’indomani delle stragi di Capaci e di via D’Amelio, quando un gruppo di magistrati sigla una lettera contro l’allora procuratore capo di Palermo Pietro Giammanco: gli elenchi di chi firmò quella lettera e di chi invece non la firmò evidenziano nel 1992 la spaccatura che già serpeggiava negli uffici giudiziari della procura più esposta d’Italia.


Da allora in poi, nonostante le dichiarazioni pubbliche, i momenti di tregua – e un momento di tregua fu il passaggio di consegne tra Giancarlo Caselli e Piero Grasso alla guida della procura palermitana – la storia delle indagini, delle inchieste e della politica giudiziaria degli uffici inquirenti da allora è stata disseminata di scontri tra gruppi, cordate e fazioni. Scontri “metodologici”, si dice, ma dietro i quali ciascuno ha avuto il tempo di consolidare sospetti e avversità verso e contro i propri colleghi della porta a fianco.


In questi ultimi giorni, dopo l’attacco a Piero Grasso di Marco Travaglio - il quale ha ripetuto nella trasmissione “Servizio pubblico” cose che già da tempo scrive e dice – e con la reazione forse un po’ troppo istintiva di Grasso di telefonare in diretta e chiedere un confronto televisivo, la ferita si è riaperta. Anzi, ha mostrato di non essere mai chiusa. E così si è svelata la glaciazione dell’antimafia.


Sono riaffiorate nel dibattito pubblico, ad esempio, storie che risalgono al 1999 (l’appello contro la sentenza di assoluzione nel processo di primo grado a Giulio Andreotti), al 2005 (la nomina di Grasso alla procura nazionale antimafia, con l’esclusione di Giancarlo Caselli in seguito a leggi contra personam, poi dichiarate incostituzionali), in un rigurgito di memoria mai condivisa, mai pacificata, mai risolta.


Ora, non c’è dubbio che la memoria sia un bene prezioso. E quindi i fatti non vanno accantonati né dimenticati. Ma qui siamo oltre la semplice esposizione dei fatti. Qui siamo di fronte a irriducibili e inconciliabili interpretazioni dei fatti, e per giunta di fatti spesso complessi che riguardano procedure, leggi, norme, regolamenti. Lo scontro Travaglio-Grasso, ad esempio, è difficile che abbia smosso qualcuno dei protagonisti dalla propria lettura dei fatti. E la lunga ricostruzione che i contendenti hanno esposto, (e di cui sono prevedibili nuove puntate), è difficile che abbia portato allo spettatore di “Servizio pubblico” e di “Piazza pulita” elementi tali da diradare del tutto i dubbi, a meno di non avere un approccio partigiano a questi argomenti. Semmai, lo sforzo di molti spettatori, compresi quelli che per mestiere o per passione hanno seguito in questi anni le dinamiche interne della procura di Palermo, è stato quello di non piombare dentro una vertigine che comprime i fatti, li riduce a slogan, li frantuma in una serie di sospetti e domande e interrogativi ai quali è complicato dare risposte definitive.


L’elezione di Grasso a presidente del Senato ha dato più ampia platea a uno scontro interno alla procura che già era emerso con la contrapposizione tra le candidature di Antonio Ingroia e di Piero Grasso in due formazioni politiche antagoniste. Adesso, la ferita dell’antimafia, profonda e inguaribile, ha avuto ribalta nazionale come mai prima d’ora.


Non è una polemica che può trovare approdo. E dopo la lettera di Giancarlo Caselli al Csm e la prossima replica annunciata di Marco Travaglio nel programma di Michele Santoro, si profilano nuovi sviluppi. Lo scenario che ne viene fuori, drammaticamente, continua ad essere quello di un’antimafia che in venti e più anni ha saputo scavare trincee profonde dentro il proprio stesso fronte. Un’antimafia asserragliata in uno scontro di posizione, nel quale un giorno qualcuno guadagna un metro per perderlo il giorno dopo. Nel frattempo, alcuni magistrati hanno scelto la politica, altri hanno lasciato Palermo, altri hanno lasciato la magistratura.


Ma la glaciazione non tiene conto nemmeno di questo. Anzi, ripropone ciascun protagonista di ieri e dell’altro ieri immobilizzato nell’atteggiamento in cui è stato raffigurato o in quello in cui vuole raffigurarsi. L’ascesa di Grasso alla seconda carica dello Stato carica tutto questo di maggiore enfasi, di un’eco sempre maggiore. L’Italia è cambiata e sta cambiando; anche la Sicilia è cambiata e sta cambiando, soprattutto grazie agli ultimi vent’anni di antimafia. Ma il mondo dell’antimafia che appare in tv e sui giornali sembra rimasto sotto i ghiacci a parlare di un passato che torna sempre uguale. Come un’ossessione. Come una trappola del tempo.