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C'era una volta la politica


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L'ingloriosa fine dell'era degli assessori superstar sollecita una domanda sulla foga che ha spinto in questi anni ad affidare la politica a chiunque, fuorchè ai politici. Con esiti non proprio esaltanti.

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Finì. E finì a schifiu, avrebbe forse commentato a suo modo una grande maschera siciliana mai abbastanza rimpianta. L'era degli assessori superstar, quelli che avevano trasformato la Sicilia nell'Isola dei famosi secondo qualche sagace critico, tramonta ingloriosamente in un giorno di fine marzo. Il casus belli è stato un epiteto da trivio, dal sen fuggito a un artista raffinato nel posto e nel momento sbagliato. Che mercimonio e meretricio, politico si intende, ci sia stato nella nostra malconcia politica, è più di un sospetto per tanti italiani. Che un assessore parli di “troie” al Parlamento europeo, però, è uno scivolone che il Palazzo non perdona all'imprudenza del neofita, malgrado da tempo le cronache abbondino di “signorina, lei quante volte viene?” e altre eleganti facezie. Ma tant'è.

La defaillance di Mastro Franco è in realtà solo l'ultimo capitolo di un'esperienza infelice, l'ultima goccia che fa traboccare un vaso che si è riempito in quattro mesi di polemiche. Quattro mesi in cui Rosario Crocetta si sarà pentito più volte in cuor suo, di quella discutibile, e forse strampalata, idea di assegnare la guida di mastodontiche macchine burocratiche come i siculi assessorati, a uno chansonnier e a uno scienziato dall'eloquio spumeggiante, innamorato di Archimede e dei bosoni. Il tempo, sempre galantuomo, ha svelato con rapidità la fragilità di quelle scelte da effetti speciali, costringendo Crocetta alla cacciata, che permetterà comunque al governatore di accontentare un paio di aspiranti assessori.

Era difficile immaginare un epilogo diverso. Da una parte Zichichi, l'assessore scienziato che se ne sta a Ginevra e si fa sentire per comunicare al mondo il suo sogno di una Sicilia traboccante di centrali nucleari, per benedire il Muos, o magari per parlamentare degli astri e della gravità con deputati spiazzati. Dall'altra Battiato, il cantautore che denuncia che al Turismo “hanno rubato tutto” (chi?), che in assessorato si vede meno del fantasma della monaca del Capo, impegnato com'è in una fortunata tournèe, che si lascia scappare che la destra italiana “non è da esseri umani”, vestendo i panni, non consoni a un uomo di governo, di un pirandelliano Ciampa con licenza di scatenare la corda pazza. Poteva forse finire diversamente da così sulla base di queste premesse?

Crocetta si becca gli applausi dei suoi e veste i panni di uno Zamparini della politica, che scarica le colpe sull'allenatore esonerato, glissando sul dettaglio di averlo scelto lui. Una scelta, quella maturata qualche mese fa, dettata dalla moda del momento, quella foga che ha fatto la fortuna dei grillini, secondo la quale l'esperienza in politica o di governo non è una qualità ma è di per sé una macchia, con tutte le aberrazioni a cui tale mentalità porta, fino alla trasformazione della formazione di una giunta in una specie di casting per un reality su Rai due.

Sì, perché se il Maestro della Cura e lo scienziato più imitato d'Italia sono finiti su quelle poltrone è stato proprio in nome di quella malintesa idea di rinnovamento per cui per i ruoli politici bisogna pescare ovunque meno che nella politica. Con gli esiti esaltanti che sono sotto gli occhi di tutti, a Palermo come a Roma, dove i tecnici di Monti, quelli del capolavoro degli esodati, escono di scena offrendo all'Italia e al mondo lo spettacolo penoso del pasticciaccio dei marò. È anche questo il prezzo che si paga affidando la politica a chi non le è mai stato presentato. Dimenticando la massima del cancelliere Bismarck, che ammoniva: “La politica non è una scienza, è un arte”. E non la si impara certo sul palcoscenico.