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Una morte da mediano


Certe morti che giungono inattese nel silenzio di una strada di montagna e che rimangono nell’oscurità delle retrovie della cronaca devono far riflettere e indignarci più di altre. Perché non è accettabile che al termine delle vite da mediano ci siano anche le morti da mediano.

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L’ho rivisto in TV nella rubrica “Io c’ero”, epilogo nostalgico della trasmissione sportiva del lunedì sera di TRM. Quella nobilitata dalla presenza di due persone care al cuore dei vecchi tifosi rosanero come me. In primis Ignazio Arcoleo, condottiero della squadra dei picciotti, quando i ragazzi in maglia rosanero venivano da Pallavicino o dall’Arenella e non dalla Slovenia o dalla “fine del mondo”. Accanto a lui Geraci, maestro di generazioni di cronisti sportivi palermitani, cui mi lega il ricordo delle maratone televisive del Settembre Nero 1986, quando la Lega uccise il Palermo e Palermo attese invano che qualcuno la svegliasse dall’incubo.

La partita dell’amarcord era lo storico 1-1 contro il Cesena del 3 Settembre 1995 con il gol di Ferrara nel recupero dopo la folle discesa del portiere Berti. Io c’ero per davvero e in quella partita lui, Paolo Ponzo da Cairo Montenotte, indossava la maglia bianconera del Cesena. Diciamo che Paolo Ponzo non era uno che colpiva la fantasia, a parte il nome sospeso a metà tra l’incipit dei “I watussi” e la pubblicità del “Gratta e vinci”. Piccolo, tarchiato, persino un po’ gobbo. Un onesto corridore di centrocampo, tanto cuore e poco altro. Un umile mediano “nato senza i piedi buoni” cui al massimo si dedica una canzone da cantare al karaoke con gli amici.

Paolo Ponzo è morto domenica scorsa mentre correva la maratona dilettantistica Maremontana. Anche se l’inchiesta è appena agli inizi, alcuni elementi appaiono inquietanti. In primo luogo, le proibitive condizioni meteo della gara con nevischio e temperatura sotto lo zero. Se diciannove partecipanti sono stati soccorsi per ipotermia, se alcuni altri hanno riportato traumi di varia natura e se un ex-atleta professionista ha addirittura perso la vita, forse quella gara non avrebbe dovuto disputarsi. Inoltre, le cronache narrano delle gravissime difficoltà incontrate dagli operatori dei servizi di assistenza nel prestare soccorso agli infortunati con l’inquietante dettaglio del trasporto a spalla su una barella del povero Ponzo che sarebbe giunto in ospedale quasi quattro ore dopo i primi segni del malore.

Ancora una volta, come già accadde a Palermo qualche mese fa, una gioiosa manifestazione per corridori della domenica si trasforma in una tragedia che, proprio per la sua repentinità, getta nell’angoscia una famiglia. Ancora una volta ci troviamo a chiederci quali limiti porre alla sfida al proprio corpo quando esso non è più quello di una volta e quali indagini imporre per impedire che la sfida venga persa irrimediabilmente. Ancora una volta risaltano drammaticamente le lacune di macchine organizzative condotte da ammirevoli dilettanti che talora non superano la prova del tragico, ma non del tutto imprevedibile, imprevisto.

Quanta differenza nell’attenzione riservata dai media a quell’altra morte di uno sportivo avvenuta la scorsa settimana, pur se essa costituiva la naturale conseguenza di una lunga malattia. Quanta retorica nel ricordare “la rabbia dell’uomo venuto dal Sud”. Quanto stupido razzismo all’incontrario nel celebrare “il bianco che lasciò indietro i neri”. Come se un limite umano da superare appartenesse alla razza e non alla specie. E quanta indifferenza per una morte ben più atroce: una morte improvvisa e probabilmente evitabile di un uomo che quella mattina era uscito di casa per correre a perdifiato. Proprio come fa un mediano. Ce lo ha ricordato quella stessa domenica Papa Francesco citando le parole di sua nonna: “Il sudario non ha tasche”. Che grande dono di Dio sono le nonne; e che fortuna che Lui non riservi questo dono solo ai papi ! Noi non ci portiamo fama e ricchezza lassù dove mi attende la mia. La morte è una grande livella che rende tutti uguali: i ricchi e i poveri, i colti e gli ignoranti, i campioni olimpici e i mediani del Cesena.

Eppure certe morti che giungono inattese nel silenzio di una strada di montagna e che rimangono nell’oscurità delle retrovie della cronaca devono far riflettere e indignarci più di altre. Perché non è accettabile che al termine delle vite da mediano ci siano anche le morti da mediano.