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Il ritratto

Moroteo, gelido e deciso
Chi è Sergio Mattarella


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Figlio di Bernardo, fratello di Piersanti, è stato ministro e vicepremier e ora è giudice costituzionale. Sobrio, freddo, Ciriaco De Mita disse che “in confronto a lui, Arnaldo Forlani era un movimentista”.

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Sergio Mattarella
PALERMO - Anni fa, Stefano Bartezzaghi propose un suggestivo anagramma del suo nome e cognome, trasformato in “O l'arte magistrale”. Pochi minuti fa, su Twitter, lo stesso enigmista si è esibito in altri due anagrammi. “Mostrate allegria!”, il primo, che rievoca la sua immagine seria ai limiti dell'algidità. “Martellata”, il secondo, che si limita a giocare sul suo cognome. Quel cognome, che ai siciliani ricorda il sacrificio del fratello Piersanti che voleva una Regione con le carte in regola, che Sergio Mattarella ha invece indissolubilmente legato a una legge elettorale. Criticata all'epoca, rimpianta ben presto, quando venne soppiantata dal famigerato Porcellum di Calderoli & Company. Ma la biografia politica del politico siciliano, che secondo indiscrezioni di stampa sarebbe il nome su cui Pierluigi Bersani punta per trovare una larga intesa nell'elezione del Presidente della Repubblica (sarebbe il primo siciliano al Colle), certo non si esaurisce al Mattarellum.

L'impegno in politica dello schivo ed elegante professore palermitano, 72 anni a luglio prossimo, figlio del pezzo da novanta della Democrazia Cristiana Bernardo, comincia quando finisce, tragicamente, quella del fratello maggiore Piersanti, democristiano moroteo e innovatore, presidente della Regione siciliana assassinato dalla mafia il 6 gennaio del 1980 davanti a casa sua, in via Libertà.

Deputato per la prima volta nel 1983, ministro dei rapporti con il Parlamento nei governi De Mita e Goria, alla pubblica istruzione nel sesto governo Andreotti. Mattarella è sempre stato un moderato di centrosinistra e un pioniere di quello che divenne l'Ulivo di Romano Prodi.

Tra gli artefici del traghettamento dalla Democrazia Cristiana al Partito popolare italiano (insieme a Beniamino Andreatta e Rosy Bindi), Mattarella fu ministro della Difesa e vicepremier di Massimo D'Alema. È stato rieletto l'ultima volta nel 2006. Non più parlamentare dal 2008, Mattarella è giudice costituzionale dall'ottobre del 2011.

Docente di diritto parlamentare, direttore per due anni del quotidiano della Dc Il Popolo, fu il padre della legge elettorale maggioritaria che giornalisticamente venne appunto ribattezzata Mattarellum, con la quale si votò tre volte per le Politiche dal 1994 al 2001.

Sobrio, gentile, posato (Ciriaco De Mita disse che “in confronto a lui, Arnaldo Forlani era un movimentista”, raccontò in un ritratto Gian Antonio Stella), ma anche deciso e tagliente all'occorrenza, Sergio Mattarella è stato negli ultimi anni uno dei politici più apprezzati per la sua conoscenza dei problemi legati al diritto costituzionale. Poco incline a bagni di folla e altri democristiani riti di consenso, Matarella, anche nei suoi anni d'oro, non è mai stato un campione delle preferenze. Superato nei primi anni '90 dall'altro big della sinistra democristiana Lillo Mannino (quando Mattarella era vicesegretario nazionale della Dc), negli anni 2000 fu persino candidato ed eletto in Trentino.

Poco attratto dalla luce dei riflettori, Mattarella, malgrado le pose algide e le parole sempre sussurrate, ha dimostrato in passato di essere pronto ad assumere posizioni decise. Come quando nel' 90 si dimise dal governo Andreotti contro la legge Mammì che parve troppo benevola verso la Fininvest di Berlusconi. O, ancora, nel '95, quando fu uno dei grandi oppositori contro Rocco Buttiglione che voleva portare il Ppi ad allearsi con Silvio Berlusconi (ancora lui). Raccontano che in quella circostanza, Mattarella fulminò il filosofo-segretario chiamandolo “el general golpista Roquito Buttillone”.

Con il Cavaliere, il rapporto non è mai stato idilliaco, anzi. Oltre alle due vicende appena citate, Mattarella ha avuto momenti di frizione con Berlusconi anche quando Forza Italia venne ammessa nel Partito Popolare Europeo, la casa dei democristiani dai tempi di De Gasperi e Adenauer, una scelta che il politico palermitano criticò aspramente e che portò alla fuoriuscita dal Ppe da lì a qualche anno dei democristiani di sinistra italiani, francesi e baschi. “E' un incubo razionale”, ebbe a dire “Sergiuzzu” in quella circostanza. E per i suoi standard, la si ricorda ancora come una tonante invettiva.